Rimini. Vivere in affitto in questi tempi: il racconto di C.

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9 aprile 2020

“Sono una donna che abita a Rimini, una lavoratrice a partita IVA, come tale, in periodi di crisi come questo, non è facile far quadrare i conti. Quando gli incassi sono a zero per cause di forza maggiore ma, gli oneri mensili non tardano ad arrivare, è il momento di agire e di far valere i propri diritti. Io vivo da sola in un appartamento in affitto che, con gli aiuti stanziati dallo Stato con decreto cura-Italia, a malapena riesco a pagare. Mi sono confrontata con persone che stanno vivendo una situazione simile alla mia, abbiamo fatto delle ricerche a riguardo e abbiamo capito che, in caso di riduzione/sospensione del canone d’affitto, nessun onere andrebbe a gravare sulle tasche dei proprietari (l’agenzia delle entrate, infatti, ammette variazioni anche temporanee degli accordi contrattuali non richiedendo tasse su canoni che i locatori effettivamente non andranno a percepire). Ho deciso dunque di chiedere al proprietario di casa un patteggiamento del canone di locazione relativo a questi mesi e, fortunatamente, il suo lato umano ha prevalso sul lato economico e siamo quindi arrivati ad un accordo che mi permetta di avanzare qualche soldino per fare spese di prima necessità. Ma per chi non trova un accordo col padrone di casa come me? E le bollette che continuano ad arrivare? Rimane il problema che, essendo in un periodo ancora abbastanza freddo, ed essendo noi costretti a rimanere in casa tutto il dì, i contatori di luce e gas (sebbene utilizzati con molta parsimonia) continuano a girare. Il governo dovrebbe provvedere a tutto questo bloccando immediatamente il pagamento di tutte le utenze e stanziando fondi per chi si trova in difficoltà. È inammissibile far finta di nulla.”

STORIE DI STI TEMPI è una rubrica che vuole raccontare la realtà di sti strani tempi che altro non sono che figli dei tempi “normali”, con le loro contraddizioni e senza alcun filtro.
Alla prossima storia!
#storiedistitempi

Progetto Scintilla

FONTE: https://www.facebook.com/ProgettoScintillaRimini/photos/a.227233531546045/536770360592359/


“Nessuna da sola!”, un crowdfunding per sex workers esposte all’emergenza

07 Aprile 2020.
Ombre Rosse e altre realtà hanno già raccolto alcune migliaia di euro destinate a “lavoratrici e lavoratori sessuali esposte a disagio e povertà”. #7aprile giornata mondiale della salute, Laboratorio Salute Popolare aderisce e pubblica contributi fotografici. Sportello antisfratto Imola: i bonus spesa erogati dal Comune sono “briciole che non saziano la fame”.


Coronavirus a Napoli, la rabbia delle trans: «Siamo alla fame, scendiamo in piazza»

6 aprile 2020. Sex worker, una categoria per la quale neanche il Covid-19 è riuscito a mettere in quarantena i pregiudizi. In prevalenza donne e trans che «non possono accedere alle prestazioni sociali istituite come misure di emergenza dal Governo dopo il Dpcm Io resto a casa, abbandonate dalla politica e senza tutele per il mancato riconoscimento della professione di lavoratrice sessuale e sull’orlo del baratro di una povertà estrema».

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COVID-19 e i Circuiti del Capitale

Traduzione (a cura di Ecologia Politica Milano) di questo testo originariamente apparso sulla Monthly Review per insistere ancora sulle cause strutturali della crisi epidemiologica (e di civiltà capitalistica) in corso: agrobusiness, appropriazione e sfruttamento della terra, definitivo disallineamento tra il ciclo della riproduzione sociale umana in questo sistema specifico e rigenerazione della terra.
Per chi lo desiderasse è anche possibile scaricare il pdf impaginato di questo articolo qui.

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Coronavirus e gesti di solidarietà: sacchetti della spesa per chi ha bisogno

Aprile 2020. Aumentano in tutta Italia i gesti di solidarietà verso quelle famiglie che hanno maggiormente bisogno di aiuto ai tempi del coronavirus.

coronavirus gesti solidarietà

Aumentano in alcune zone d’Italia i piccoli gesti di solidarietà verso chi ha più bisogno: ai tempi del coronavirus ci sono famiglie in difficoltà anche per l’acquisto di generi alimentari. A questo scopo sono nate delle raccolte di sacchetti della spesa o di pacchi di pasta, legumi e altri generi alimentari per chi ha più bisogno.

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Spesa SOSpesa a Rimini

7 aprile

Come in tante città, anche a Rimini vogliamo lanciare la CAMPAGNA “SPESA SOS-PESA”, ringraziando tutte le associazioni che stanno aderendo e proponendola a tutti, ognuno di noi nel proprio quartiere può fare qualcosa!

Il Covid-19 non sta causando solo un’emergenza sanitaria, sta causando anche un’emergenza sociale.

La “SPESA SOS-SPESA” è un’iniziativa promossa da diverse associazioni del territorio riminese e da singoli cittadini, finalizzata a proporre a tutti i supermercati, alimentari e farmacie del territorio, di mettere per tutto il mese di aprile e di maggio, a disposizione delle persone più bisognose un carrello speciale, in cui i clienti che lo desiderano potranno donare beni di prima necessità.

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Il governo boccia al Senato le proposte di abrogazione dell’articolo 5

Il governo boccia al Senato le proposte di abrogazione dell’articolo 5: un atto criminale e irresponsabile di chi considera la povertà una colpa.

Nei giorni scorsi in Senato alcuni parlamentari del Pd, di Leu, del M5S e del gruppo Misto hanno presentato due emendamenti per abrogare l’articolo 5 della legge Renzi-Lupi del 2014 che nega la residenza e l’allaccio delle utenze a chi vive in alloggi occupati. Continue reading


Non una di meno: Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

6 aprile 2020

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Come Non Una Di Meno sentiamo l’urgenza di una presa di posizione femminista e transfemminista sull’attuale crisi globale, non solo per analizzare l’emergenza nella quale ci troviamo, ma anche come punto di partenza collettivo: le trame che intessiamo oggi avranno effetti sulla riorganizzazione sociale che cominciamo a intravedere e sul futuro che vogliamo.

Abbiamo annullato lo sciopero dell’8 e 9 marzo perché non potevamo ignorare l’emergenza da Covid-19 e la responsabilità collettiva di evitare la diffusione del contagio. Da subito abbiamo riconosciuto che la pandemia esaspera una «normalità» fatta di violenza, privilegi, emarginazione, oppressione e sfruttamento, e questo giudizio è confermato dalla situazione prodotta dopo il primo mese di «politiche di contenimento».

Restiamo a casa, “ma” la crisi sanitaria attuale svela spietatamente le contraddizioni del sistema, la fragilità delle democrazie e delle politiche pubbliche, le diseguaglianze strutturali, le tensioni che attraversano un sistema produttivo basato sullo sfruttamento delle persone e dell’ecosistema, aprendo le porte a una crisi economica e alimentare senza precedenti.

La violenza contro le donne e le persone LGTBQIA+ cresce nelle case in cui dobbiamo restare per mantenere la distanza sociale. L’oppressione di chi non ha una casa in cui restare, di chi è rinchiusa e rinchius* in un centro di detenzione o di «accoglienza», di chi sta in carcere o preme per attraversare i confini, è diventata ancora più insopportabile. Così come diventa impossibile affrontare autonomamente una gravidanza indesiderata, quando si condivide forzatamente lo spazio domestico con un nucleo familiare al quale avremmo voluto nascondere la nostra scelta.

Lo sfruttamento è diventato più intenso per chi è costrett* ad andare a lavorare in modo da garantire i profitti e per chi svolge tutti quei lavori essenziali per contenere la pandemia. In questa situazione senza precedenti si sono moltiplicati gli scioperi, sia per reclamare la possibilità di restare a casa e non correre rischi di contagio, sia per lavorare in condizioni di sicurezza contro il contagio.

Abbiamo sentito risuonare in molte lotte la parola d’ordine che in tutto il mondo il movimento femminista e transfemminista globale ha urlato in questi quattro anni: «se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo»! La pandemia che non ci permette oggi di scendere in piazza e sentire la forza di una marea di corpi in movimento, ci obbliga a indicare quelli che sono già e saranno, dopo la fine dell’emergenza, i terreni sui quali la nostra lotta deve continuare e crescere: perché non abbiamo nessuna intenzione di tornare alla «normalità» che ci opprime e perché sappiamo che la pandemia imporrà grandi trasformazioni.

Abbiamo combattuto per decenni contro l’identificazione delle donne con lo spazio e le mansioni domestiche, per poter «uscire dalle case». Oggi assistiamo a un rientro forzato di moltissime donne e soggettività LGTBQI+ in una casa che rischia di essere idealizzata come spazio «protetto» esente da sfruttamento, ma per molte e molt* di noi stare a casa non è sicuro. Mentre ogni spazio pubblico è sottoposto a stretti controlli di sicurezza, la quarantena e l’isolamento non fanno che esasperare le situazioni di violenza intra-familiare, che in questi giorni sono cresciute esponenzialmente e in alcuni casi sono già sfociate in femminicidi (otto, solo nel mese di marzo).

Gli effetti dei tagli ai centri antiviolenza diventano ancora più evidenti e pesanti, mentre essere costrette a stare in casa rende quasi impossibile anche solo contattare i numeri e le strutture di riferimento. Ma anche la casa non è più la stessa. Il cosiddetto smart-working, presentato come la soluzione più semplice di fronte al blocco degli spostamenti, si è trasformato in una chiamata alla flessibilità e alla disponibilità costante al lavoro.

Insegnanti, educatrici ed educator*, prima di altre categorie, hanno dovuto confrontarsi con l’invasione del lavoro negli spazi e negli orari della vita personale. Allo stesso tempo, la didattica online acuisce le differenze sociali tra chi ha i mezzi e il tempo da mettere a disposizione delle figlie e de* figl* per aiutarli a seguire le lezioni online e chi invece non ha le stesse possibilità. D’altra parte, alcune donne non possono stare a casa e anzi sta aumentando moltissimo il carico lavorativo per figure professionali fortemente femminilizzate come infermiere, cassiere, donne delle pulizie, operatrici socio-sanitarie, il cui lavoro è essenziale per la gestione della pandemia. Così, mentre la cura e i servizi alla persona rivelano tutta la loro fondamentale importanza, il decreto approvato dal governo italiano, significativamente e paradossalmente chiamato «Cura Italia», continua a produrre l’invisibilità proprio delle categorie che si occupano di cura e servizi alla persona.

Il decreto esclude del tutto milioni di lavoratrici domestiche e della cura già prive di tutele che, insieme al posto di lavoro, se sono migranti, rischiano anche di perdere il permesso di soggiorno. Allo stesso modo sono escluse moltissime donne che lavorano in nero nei servizi alla persona, nel turismo, nel lavoro stagionale, e moltissime lavoratrici del terzo settore, a cui sono state progressivamente esternalizzate le attività di cura secondo criteri d’impresa che aumentano a dismisura il carico di lavoro a scapito di quelle persone, come gli anziani, che più avrebbero bisogno di essere protette dal contagio. La pandemia rende quanto mai evidente la centralità politica della riproduzione sociale e l’urgenza di continuare a farne un terreno di lotta.

Tutte le contraddizioni dell’organizzazione patriarcale e neoliberale della società stanno esplodendo. Il lavoro precario e mal pagato delle donne impiegate nella sanità e nei servizi alla persona, ma anche la difficoltà del sistema sanitario nazionale di gestire la crisi pandemica, sono l’effetto di decenni di tagli. Il servizio sanitario è stato spogliato di ogni contenuto universalistico, privatizzato in favore dei profitti e privato dei presidi territoriali, al punto che ora rischia di arrivare al collasso. Mentre anche i tentativi di coordinamento al livello dell’Unione Europea rivelano la continuità delle logiche dell’austerità persino di fronte all’urgenza di un intervento fuori dai vincoli di bilancio, il peso materiale e psicologico del contagio viene scaricato sulle singole e i singoli. Noi consideriamo la salute una questione politica e per questo pretendiamo che sia tutelata come bene collettivo, che non può essere perciò limitato al problema di evitare l’estensione del contagio.

Lo Stato tenta di sopperire a queste carenze aumentando il carico lavorativo di chi è già allo stremo e ricorrendo a metafore belliche per garantire l’unità nazionale, trasformando i malati in perdite civili inevitabili e il personale sanitario in “eroi in trincea”.  Il numero esorbitante di morti, però, riguarda in primo luogo la scelta politica di tutelare gli interessi di Confindustria e di quegli imprenditori che hanno proseguito la produzione senza alcuna misura di sicurezza. Le disposizioni in merito alle attività produttive e il braccio di ferro su quali categorie vadano considerate «essenziali» e sulle tutele inderogabili da garantire a chi lavora, hanno messo a nudo lo scontro tra il valore delle vite di lavoratrici e lavorator* e il profitto. A causa del razzismo e del sessismo, per molte lavoratrici e lavorator* è ancora più difficile anche soltanto usufruire dei congedi e dei permessi previsti dalla legge, perché temono future ritorsioni.

Di fronte alla pandemia e ai suoi effetti differenziati, è quanto mai centrale mettere in relazione e comunicazione tutte queste condizioni che rischiano di essere drasticamente isolate e per questo ancora più esposte alla violenza, oppresse e sfruttate.

Questo è il nostro impegno politico nel presente e per il futuro che ci aspetta oltre la pandemia. Oggi abbiamo il compito di dare visibilità e voce a chi in modi diversi sta vivendo gli effetti delle misure di contenimento del contagio: a chi resta a casa e può evitare il contagio solo esponendosi ancora di più alla violenza domestica, a un lavoro sempre più intenso, al peso della povertà attuale e futura. Oggi, per far emergere tutte le situazioni di sfruttamento, dobbiamo essere presenti e consentire una presa di parola anche a chi non può «stare a casa», ma è costrett* a lavorare in condizioni rese ancor più dure dalla mancanza di sicurezza per la propria salute e dal razzismo.

Dobbiamo sostenere con ogni mezzo tutte le pratiche di cura e di solidarietà nate spontaneamente per far fronte alle difficoltà dell’isolamento, tutte le mobilitazioni e gli scioperi di chi non accetta di ammalarsi e morire per il profitto. Oggi dobbiamo continuare le lotte che ci aspettano domani e dare forza al progetto di trasformazione contenuto nel nostro Piano Femminista contro la violenza.

Riconosciamo più che mai l’urgenza di un femminismo e transfemminismo che sappiano portare avanti una battaglia contro il sistema capitalistico che, con la devastazione ambientale, la violenza estrattivista e gli allevamenti intensivi, ha rimodulato il mondo a suo uso e consumo, creando le basi per la diffusione incontrollabile di questa epidemia. Da questa fase si esce con la coscienza che il cambiamento del nostro rapporto con gli ecosistemi è ineluttabile e che la loro cura deve essere trasformata in una forma di lotta.

Ci opporremo a ogni intervento – a partire da quelli previsti dal decreto «Cura-Italia» ‒ che affronti l’emergenza riproducendo gerarchie sociali e condannando alla miseria chi, nel lavoro riproduttivo e in quello produttivo, ha sostenuto con la propria precarietà la riproduzione dell’intera società.

Per questo da subito rivendichiamo un reddito di autodeterminazione accessibile a tutte e tutt*, incondizionato e individuale, che non solo risponda alle difficoltà imposte dalla quarantena, ma che permetta anche di sottrarci al ricatto della violenza maschile e di genere e a quello di dover accettare di lavorare a qualunque condizione, salariale e di sicurezza, pur di sopravvivere.

Sosteniamo tutte le battaglie per l’aumento del salario, a partire da quelle portate avanti dalle lavoratrici impegnate negli ospedali e nelle attività di sanificazione, che oggi stanno pagando a carissimo prezzo la diffusione della pandemia. Proprio perchè riconosciamo la salute come una dimensione di benessere complessiva, rivendichiamo la necessità di non dimenticare la salute sessuale e riproduttiva: difendiamo la nostra possibilità di abortire chiedendo l’estensione dell’aborto farmacologico a 63 giorni, fuori dagli ospedali, nei consultori o attraverso tecniche di telemedicina.

Reclamiamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, slegato dal lavoro e dalla famiglia e soprattutto immediato, perché oggi più che mai milioni di migranti rischiano di non poter accedere nemmeno alle cure mediche essenziali, o ai sussidi per l’emergenza e di ricadere in clandestinità per la perdita del lavoro.

Diamo voce al Piano femminista contro la violenza, tenendo viva la comunicazione politica e il coordinamento transnazionale con milioni di donne e soggettività dissidenti che in tutto il mondo stanno oggi combattendo contro il contagio e per non subire domani la violenza e le disuguaglianze imposte da questo sistema. L’8 e il 9 marzo non abbiamo potuto scioperare, ma lo sciopero e la lotta femminista e transfemminista globale non si fermano: appena sarà possibile, ci riverseremo nelle piazze e non solo, per ribadire che ci vogliamo vive e libere da qualsiasi forma di violenza e oppressione.

Lottiamo tutti i giorni, come e più di prima!

Non una di meno

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FONTE: https://nonunadimeno.wordpress.com/2020/04/06/non-una-di-meno-lottiamo-tutti-i-giorni-come-e-piu-di-prima/


Crisi sanitaria. 20 domande per lor signori

9 aprile 2020

Avevano promesso di riqualificare i grandi ospedali ad alti livelli d’intensità di cura e spostare sul territorio tutte le attività a medio-bassa intensità. Il modello lombardo ha fatto da apripista. Ma il patto miliardario pubblico-privato ha partorito frutti amarissimi e mortiferi! La rete sanitaria territoriale è più arida del deserto dei tartari!

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In Ecuador la nuova pandemia si interseca con vecchie disuguaglianze e lotte

9 aprile 2020

E’ di ieri la notizia che l’ex presidente dell’Ecuador Rafael Correa, al potere dal 2007 al 2017, è stato condannato in primo grado a otto anni di prigione per corruzione e altre diciassette persone, tra cui l’ex vicepresidente Jorge Glas, sono state condannate alla stessa pena. Si tratta di una sentenza farsa, dal momento che Correa nel frattempo è riparato in Belgio. Ben più reale è l’emergenza sanitaria provocata dal coronavirus, che sta duramente colpendo i territori. L’epicentro del contagio è a Guayaquil, dove i cadaveri non vengono ritirati e la popolazione è costretta a trascinarli fuori dalle case per paura del contagio, mentre a chi è vivo e povero non si fanno i tamponi, perché il sistema sanitario è analogo a quello statunitense e la sanità pubblica ha pochissime risorse.

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GENOVA – A PROPOSITO DI PANDEMIA E “NORMALITÀ’”

8 aprile 2020

Stiamo vivendo una difficile situazione data dalla diffusione di un virus nominato Covid-19. Rispetto alla sua genesi non crediamo a nessuna “ipotesi di complotto”: semplicistica soluzione, per non leggere la situazione per quel che è. A conferma, il fatto che nessuno ne sta giovando, anzi. A causare l’epidemia è una tipica condizione di ultra-sviluppo industriale e mercantile.

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SCIOPERO DEGLI AFFITTI, RETROTERRA E PROSPETTIVE: UN CONTRIBUTO DAGLI STATI UNITI

In una puntata di microfoni aperti interamente dedicata allo sciopero degli affitti, abbiamo avuto il piacere di mandare in onda il contributo di B., un compagno del collettivo Crimethinc, che ci ha raccontato il loro punto di vista su come è emerso e come sta procedendo, perché è diffuso e importante, il contesto socio-economico preesistente e la gentrification, ma soprattutto l’importanza dello sciopero per le prospettive future. Continue reading


“RENT STRIKE”, LO SCIOPERO DEGLI AFFITTI AL TEMPO DELLA PANDEMIA: UN APPROFONDIMENTO SUL TEMA

Ritorniamo a parlare dell’Italia dei paradossi portandovi all’attenzione alcuni dati sul tema casa e sulle problematiche sociali già note prima dell’emergenza da Covid-19. Da un lato si continua ad allungare la lista di chi attende una casa popolare o di chi viene sfrattato e finisce per strada, dall’altro lato moltissimi appartamenti di proprietà pubblica non vengono ancora dati in locazione, e milioni (si parla di 7 milioni) di case di privati sono semplicemente vuote, inutilizzate. Continue reading


SCIOPERO DEGLI AFFITTI, RETROTERRA E PROSPETTIVE: UN CONTRIBUTO DAGLI STATI UNITI

Sciopero degli affitti ad aprile: cos'è e chi aderisce

In una puntata di microfoni aperti interamente dedicata allo sciopero degli affitti, abbiamo avuto il piacere di mandare in onda il contributo di B., un compagno del collettivo Crimethinc, che ci ha raccontato il loro punto di vista su come è emerso e come sta procedendo, perché è diffuso e importante, il contesto socio-economico preesistente e la gentrification, ma soprattutto l’importanza dello sciopero per le prospettive future. Continue reading


C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?

Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità. Continue reading