Come è noto, da alcuni giorni è obbligatorio per chi rientra dalle vacanze o comunque arriva in Italia da alcuni paesi “a rischio” effettuare un tampone di controllo dell’eventuale contagio. Già dai primi giorni, la Regione Lombardia si dimostra incapace di garantire tali controlli. Negli aeroporti di Malpensa e Linate dei tamponi non si ha notizia e nemmeno nessun medico, infermiere o funzionario è presente anche solo per dare indicazioni ai viaggiatori che rientrano.
Cronache da Milano sotto il coronavirus – Salute III
Si supera il quinto mese dal primo conclamato caso Covid in Lombardia e per la terza volta domandiamo a dei compagni che lavorano all’interno del comparto medico sanitario della situazione negli ospedali.
Molti elementi risultano analizzati in modo parziali e spesso non connessi con il contesto regionale, omettendo la necessità emersa molto chiaramente con l’epidemia di una totale revisione del sistema socio -assistenziale regionale.
9 luglio 2020. In una zona del mantovano, tra Viadana e Dosolo, sono saliti a settanta i lavoratori positivi e duecento quelli messi in quarantena in 5 tra macelli e salumifici del distretto. Si tratta del focolaio di Covid 19 al momento più preoccupante in Lombardia.
Da febbraio ad oggi abbiamo assistito al frantumarsi del mito dell’eccellenza sanitaria lombarda.
Quello che, secondo la Corte dei Conti e l’Ocse, doveva essere uno dei più efficienti in Italia e in Europa: così si diceva, prima che fosse messo alla prova. Oggi, in soli 3 mesi di emergenza sanitaria, è invece riconosciuto come uno dei sistemi sanitari regionali con il maggior numero di morti al mondo: oltre 16 mila persone accertate. A cui si deve aggiungere un numero imprecisato di persone morte in casa o nelle RSA, che senza tampone non vengono conteggiate tra i numeri ufficiali della Protezione Civile.
Un risultato così nefasto non è stato ottenuto solo grazie al sistema sanitario lombardo, ma anche grazie all’incapacità e all’approccio aziendalistico portato avanti in questi mesi dalla giunta regionale e, qui a Milano, anche dal sindaco Sala.
Quando si tratta di fare soldi, non importa il colore del partito a cui appartieni.
Nell’Istituto della Sacra Famiglia [di Cesano Boscone a Milano] vigeva il Ccnl della Sanità Pubblica fino a quando l’Azienda, controllata dalla Curia milanese, con la complicità dei sindacati Confederali, sostituiva il Contratto dei propri dipendenti con quello Aris della sanità privata, notevolmente peggiorativo. Non contenta di ciò la Direzione Aziendale, sempre con la complicità dei sindacati Confederali, per ridurre ulteriormente i costi, dal 2008 assumeva i nuovi dipendenti, pur nelle medesime mansioni, con un altro ccnl, quello Uneba della sanità privata, ancora meno costoso. E’ evidente la logica, con tali operazione, oltre di un notevole risparmio sulle spalle dei lavoratori, di dividerli per renderli più deboli e ricattabili. Cosa che infatti è avvenuta in tutti questi anni. Dopo alterne vicende, con accordi vari che cercavano di ridurre le differenze tra le due diverse posizioni contrattuali, l’Azienda ha imposto a tutti i dipendenti un solo Contratto di lavoro, quello più vantaggioso per lei, cioè l’Uneba, in vigore dal primo gennaio. Dopo diverse iniziative e mobilitazione da parte dei lavoratori e lavoratrici ed una giornata di sciopero il 19 febbraio, è arrivata la terribile pandemia che tutto sappiamo, con il divieto del governo di sciopero e di mobilitazione per tutto il settore della sanità, mentre i dipendenti dell’ex Aris erano costretti a subire la decurtazione del salario e l’aumento dell’orario di lavoro.
5 giugno 2020. Tra lassismo e autoritarismo, ritardi nella definizione delle zone rosse e assenza di dialogo coi professionisti in prima linea, il tiramolla di un’amministrazione apparsa più volte non all’altezza della situazione. Tra riconoscimenti economici elargiti alle RSA disposte ad accogliere pazienti positivi provenienti dagli ospedali e comunicazioni alla cittadinanza confuse, tra inutili rincorse agli approvvigionamenti e utenti più fragili lasciati allo sbando, la cronistoria di un fallimento.
Intervista a Jennifer Mastroianni, educatrice professionale e pedagogista in una RSA lombarda, tra i fondatori dell’Associazione M.I.L.L.E. Professioni Educative: https://audio9.mixcloud.com/secure/dash2/9/f/c/9/1c3e-258f-4475-a8b7-e6988d6dfc81.m4a/init-a1-x3.mp4
Come ampiamente propagandato mercoledì 27 Maggio, alle ore 17, si è svolto il Presidio di protesta sotto il Palazzo della Regione a Milano con la parola d’ordine: “Prendiamo parola, riprendiamo la piazza”.
La prima mobilitazione pubblica dell’area di opposizione dal basso dopo due mesi di immobilismo totale. La scelta del Palazzo della Regione è stata fatta soprattutto come protesta ed atto di accusa per come l’Amministrazione Regionale in modo vergognoso ha gestito la situazione dell’epidemia del coronavirus.
E’ stato licenziato l’operatore sanitario che aveva denunciato la Fondazione Don Gnocchi, una delle Rsa private finita al centro di una delle inchieste della procura di Milano per epidemia e omicidio colposi.
La crisi sanitaria in Lombardia ha ragioni ben più antiche del Covid-19. La natura sistemica della crisi della sanità lombarda è fatta di privatizzazioni, chiusura di presidi ospedalieri pubblici territoriali, mancanza di personale. Le inchieste della magistratura sulle RSA e l’Ospedale della Fiera di Milano è solo la punta di un iceberg ben più consistente.
Ne parliamo con Aldo Gazzetti del Forum per la Tutela della Salute Lombardia.
La domanda del titolo non troverà risposte qui: solo freddi numeri. Numeri che ci dicono che, se in Lombardia si muore di Covid-19 molto più che nel resto d’Italia (e del mondo!), nella provincia di Brescia si muore di più della media lombarda, e in alcune zone (come nella Bassa) molto di più che nel resto della provincia.