La vita in Ecuador durante il coronavirus

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5 maggio 2020

L’Ecuador è uno dei paesi più colpiti dalla pandemia del Covid-19 in Sud America, una situazione drammatica con immagini che hanno fatto il giro del mondo, come i corpi agonizzanti e i cadaveri bruciati per le strade. Ma dietro questa cruda realtà non c’è un triste destino fatalista, bensì l’irresponsabilità del governo. Un’auto-organizzazione solidale che prende l’eredità della rivolta dell’ottobre 2019 – quando una mobilitazione popolare si oppose contro le politiche neoliberiste di austerità che andavano ad aumentare il prezzo della benzina e ad incidere negativamente sulla qualità della vita della popolazione ecuadoregna – sta provando a coordinare una serie di iniziative dal basso per fronteggiare l’emergenza. Per capire meglio questa delicata fase storica del paese, pubblichiamo un’intervista a Marcelo Jara, membro delle Brigate di Solidarietà Kitu.

Come è stato possibile che l’Ecuador sia diventato il secondo paese dopo il Brasile per numero di contagi e decessi per il coronavirus in Sud America?  

La drammatica situazione che si è creata nel nostro paese è il risultato di due fattori: le politiche neoliberali che sono state portate avanti per tanti anni nel paese e la pessima gestione attuale da parte del governo dell’emergenza sanitaria, per evitare i contagi e far stare le persone a casa. E poi c’è un dato particolare su cui soffermarsi: non è tutto l’Ecuador che registra tanti casi di contagi: il 67% dei casi si concentra nella città di Guayaquil, capitale economica del paese ed uno dei porti principali di tutto il Sud America, una città governata dal Partito Social Cristiano, un partito con tendenze di estrema destra che ha governato in Ecuador durante la fine degli anni ’80. Era una sorta di “dittatura democratica”, con politiche repressive che hanno fatto sparire un sacco di persone. Governano la città di Guayaquil da circa trent’anni e si vantano di questo modello di città fatto di gentrificazione e di sistematico nascondimento delle disuguaglianze, anche se si sa che Guayaquil è la città più diseguale di tutto l’Ecuador. Per capirci, in questa città la polizia municipale attacca i venditori ambulanti… in poche parole è un vero e proprio organo creato dal partito per proteggere la città dai poveri. Hanno portato in questa città una ruota panoramica gigante per far crescere il turismo e dipinto i quartieri popolari con dei colori sgargianti, per dare l’idea di una città modello. Ma nei quartieri popolari c’è gente che ancora non ha la luce, non ha l’acqua potabile, e sono proprio queste persone che ora stanno morendo a causa della diffusione del coronavirus. L’emergenza del coronavirus è infatti una questione di classe: chi stava bene economicamente è potuto stare a casa, ma chi ha bisogno di portare il pane a casa lavora fuori ed ha più possibilità di ammalarsi. Inoltre, gli ospedali pubblici sono collassati subito quando si è diffuso il virus e l’unico modo per salvarsi è andare in un ospedale privato. Quindi se non hai i soldi per il privato muori, e questo è il risultato di una profonda ingiustizia di classe in questa emergenza sanitaria.

Quali sono stati i maggiori errori nelle politiche adottate dal governo ecuadoregno in questa emergenza?

Per prima cosa ci sono stati degli episodi particolari: a Guayaquil si è permesso lo svolgimento di una partita di calcio di Coppa Libertadores, irresponsabilmente, per questioni di interessi economici, e anche di una partita del campionato nazionale. In entrambe le partite c’era una media di 30-40 mila persone nello stadio, e questo ha fatto diffondere il virus che era già presente. Un altro episodio è stato lo svolgimento di una festa dell’alta borghesia ecuadoriana in cui c’erano vari funzionari e vari sindaci della provincia del Guayas, dove si trova Guayaquil (c’era il sindaco di Guayaquil ad esempio) e a questa mega festa sono arrivati molti familiari provenienti da Spagna e Italia che hanno portato il virus.

Infatti, tutta la gente che era presente alla festa si è ammalata di coronavirus. Una festa svolta quando si sapeva che c’erano già dei casi di coronavirus nella città di Guayaquil. A questo c’è da aggiungere che il governo non aveva la minima idea di come affrontare questa quarantena. Ho assistito personalmente a un dibattito fatto da rappresentanti del governo, tenuto una settimana prima della quarantena, in cui si diceva che chi sentiva di avere i sintomi del coronavirus doveva recarsi in ospedale. Questo in realtà favorisce molto la diffusione del virus, ovviamente, perché gli ospedali così diventano luoghi in cui il virus passa da chi lo ha a chi non lo ha. Tutto il mondo e anche voi avrete visto le dure immagini provenienti dall’Ecuador: gente che ha bruciato i cadaveri per le strade, gente che trascinava per strada i cadaveri perché il tanfo dentro le case era insopportabile, gente che ha buttato nel fiume le bare dei propri cari perché non venivano portate via, e altre situazioni estreme. La sindaca della città si di Guayaquil si è chiusa in casa per tre settimane per la pandemia, quindi la città non ha avuto un sindaco per tre settimane. Quando è uscita, ha emesso un provvedimento per dare delle bare di cartone alle persone. Intanto in molti venivano seppelliti nelle fosse comuni, si tratta di una tragedia gigantesca.

Quanto hanno pesato le politiche neoliberiste di tagli alla sanità nel paese negli anni passati?

Ovviamente hanno pesato molto. Non dimentichiamo che lo scorso mese di ottobre c’è stata una ribellione popolare che è durata più di dieci giorni contro gli accordi tra Fondo Monetario Internazionale e governo dell’Ecuador per respingere i tagli alla sanità e all’istruzione previsti nel provvedimento che prese il nome di “paquetazo”. Ci sono stati tagli alla sanità, riduzioni degli stipendi dei medici, degli infermieri, di tutti i lavoratori della salute. All’inizio della diffusione del virus i medici non volevano neanche andare a lavorare, perché vedevano morire i loro colleghi e non erano stati messi in condizione di poter lavorare in sicurezza, privi di mezzi tecnici come mascherine o gel, questo per le mancanze del governo ovviamente. Non è un caso che a fine marzo l’ex ministra della salute si sia dimessa, affermando pubblicamente che il governo non aveva previsto fondi per la Salute. Per questi motivi si è registrata una significativa percentuale di morti tra il personale sanitario.

Tu fai parte delle Brigate di Solidarietà Kitu, create a Quito per dare aiuti e solidarietà in questa emergenza sanitaria. Che attività di solidarietà svolgete? A chi date una mano? Durante la vostra attività di solidarietà, quali sono i livelli di difficoltà sociale che potete osservare?

In questa situazione disastrosa sono nate le Brigate di Solidarietà. Io faccio parte delle Brigate di Solidarietà Kitu, un progetto che ha come priorità la solidarietà attraverso l’organizzazione popolare dal basso. Diamo così aiuto alle famiglie più povere: riceviamo delle donazioni e distribuiamo cibo nei quartieri popolari alle persone che hanno bisogno. Oltre a quella di cui faccio parte io si sono formate naturalmente altre brigate in altri quartieri. Più che attuare una forma di carità, quello che stiamo dicendo è “solo il popolo salva il popolo”. Bisogna ricordare che circa il 40% della popolazione non ha un lavoro fisso e che quindi si trova adesso in una condizione di estrema povertà. La nostra azione di solidarietà è diretta verso queste persone, mentre dalla parte del potere istituzionale il governo dice che non ha soldi e vuol fare pagare la crisi ai più deboli. Per questo le Brigate si configurano anche come un progetto politico per il momento in cui i problemi economico–sociali emergeranno con più evidenza, a causa dei licenziamenti nelle piccole attività e nelle imprese che chiuderanno, mentre il governo non muove un dito per aiutare chi viene colpito dalla crisi sanitaria.

Pensi che la solidarietà che sta nascendo dal basso sia anche un’eredità dell’enorme mobilitazione sociale dello scorso autunno contro il “paquetazo”? Pensi che ci potrà essere in futuro una nuova mobilitazione contro il governo, dopo questa esperienza? 

Le Brigate di Solidarietà sono una continuazione di quelle che sono state le proteste popolari dello scorso ottobre, lo dimostra il fatto che alcune persone attive durante quel periodo fanno parte oggi delle Brigate. Insieme a quell’eredità c’è anche un’eredità ancestrale, perché queste forme di organizzazione comunitaria sono quelle che avevano i nostri avi, i nostri nonni, i bisnonni, gli indigeni che sono stati assassinati dai conquistadores, forme ancestrali di organizzazione che noi stiamo recuperando e mettendo in atto. Aiutarci a vicenda, agire in comunità, pensare alla collettività è un modo di fare ereditato da tutti quelli che hanno lottato durante questi seicento anni da quando sono arrivati gli spagnoli. La situazione è molto critica. Il governo in questi giorni ci ha detto che siamo noi a dover pagare la crisi: verrà costituito un fondo gestito da privati che sicuramente servirà più per aiutare le grandi imprese che il resto della popolazione. In questo momento storico stiamo vivendo in una fase peggiore di quella del 1999. In quell’anno c’è stato il crack finanziario, un sacco di banche hanno chiuso, un sacco di gente ha perso i propri risparmi, un sacco di gente si è suicidata perché ha perso tutto e sono emigrati due milioni di ecuadoriani, che adesso sono in giro per il mondo. Siamo in una situazione molto simile a quella, ancora non possiamo capirlo perché siamo in quarantena, ma stando alle dichiarazioni di questo governo le cose non si metteranno bene. C’è anche da dire che questo governo rappresenta una vera e propria continuità con il governo di Rafael Correa. Lenin Moreno viene chiamato traditore perché si suppone abbia tradito le politiche di Rafael Correa, però, per quanto riguarda le politiche repressive ed economiche, alcune in realtà sono uguali a quelle di Correa, come l’estrattivismo o la violenza contro le comunità indigene, o la devastazione dei territori: sono tutte politiche messe in atto da Correa e con Moreno trovano una continuità. Negli ultimi trent’anni l’agenda stabilita dal Fondo Monetario Internazionale ha minato la sanità come qualcosa da attaccare, invece che intenderla come un bene comune. E ancora oggi l’attuale governo invece che far pagare questa crisi sanitaria ai grandi industriali la fa pagare alla popolazione. Se adesso non usciamo in strada è perché non possiamo farlo, ma quando questo finirà, quando saremo certi di non creare danni ulteriori alla popolazione, quello che succederà sarà una resistenza popolare contro questo governo e contro questo sistema. Quello che ci auguriamo noi come Brigate di Solidarietà è di poter sostenere la popolazione attraverso mense popolari e attivare assemblee per capire come uscire tutti insieme collettivamente. Si è detto tante volte questo, un messaggio che arriva soprattutto dal Cile: non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità è stata il problema.

Io personalmente ho vissuto in Italia proprio a causa della crisi economica del 1999, per colpa dei governi corrotti, per colpa dei politici che hanno fatto fallire un paese. Ora sono tornato in Ecuador ma dopo che sono trascorsi 21 anni sembra di essere tornati a quella situazione. Il messaggio che sta circolando e che condividiamo è che questa volta non ci prenderanno in giro, non basterà sostituire Lenin Moreno con un altro pupazzo e poi tutto tornerà come prima. Abbiamo il compito storico di cambiare le cose, non si torna più indietro, la salute non deve essere vista come un affare ma come un diritto collettivo. Non vogliamo che un calciatore guadagni più di un medico, è una cosa assurda, viviamo in un mondo surreale. Non vogliamo che la gente muoia perché non esiste una sanità efficiente. Tutto deve cambiare e cambierà se saremo in grado di portare avanti una resistenza a lungo termine. E siamo sicuri che tutti coloro che si stanno muovendo dal basso per la solidarietà vogliono questo in tutto il mondo, non solo noi a Quito. Non vogliamo solo uccidere il coronavirus, vogliamo uccidere questo sistema, vogliamo uccidere il neoliberalismo. Dobbiamo uscire per le strade e cambiare lo stato di cose presenti.

FONTE: https://www.globalproject.info/it/mondi/la-vita-in-ecuador-durante-il-coronavirus/22759


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