Per non farci seppellire

Guarda oltre ciò che vedi | Ph. Giulia Ietro

9 dicembre 2020, Riceviamo e pubblichiamo:

PER NON FARCI SEPPELLIRE
riguardo alla TAZ del 13/12 a Milano

“Perché una volta che siamo malat* e costrett* a letto, a scambiarci esperienze di terapia e a darci conforto reciproco, a formare gruppi di sostegno, facendoci portavoce l’un* l’altr* dei racconti dei nostri traumi, dando massima priorità alle cure e all’amore nei confronti dei nostri corpi malati, doloranti, costosi, sensibili e fantastici e non rimane nessun* che vada a lavorare, forse, allora, finalmente, il capitalismo arriverà stridendo alla tanto necessaria, tanto attesa, tanto fottutamente meravigliosa fine.”

(Johanna Hedva, Teoria della donna malata)

Noi, compagn* disabili e complici a chi lotta contro questa società abilista, ci siamo ritrovat* allibit* e amareggiat* davanti al flyer, all’evento condiviso sui social e alle parole piene di entusiasmo che abbiamo letto e sentito. Proprio adesso che la pandemia di Covid-19 è in pieno corso nei territori che viviamo ogni giorno, causando centinaia di morti quotidiane, ignorate da chiunque, ridotte a mere statistiche e lasciando milioni di persone in tutto il mondo con condizioni mediche croniche e debilitanti. Questo senza contare tutt* coloro che rischiano la vita e la salute perché le risorse sanitarie sono focalizzate sull’emergenza attuale, per permettere di ritornare quanto prima alla normalità, a qualsiasi costo.

Non vogliamo certo dire che l’unica cosa da fare sia stare nel proprio, lasciando fare alle istituzioni che ci opprimono ora più che mai: portare solidarietà e supportare le lotte di chi viene sfruttat*, di chi viene lasciat* marcire o morire in carcere e di tutte le altre categorie è una necessità che può, e deve, essere conciliata con la gestione del rischio epidemiologico. Voler sostenere chi è più vulnerabile, anche solo per le condizioni di lavoro o perché prigionier*, stride con la decisione di dare vita a una situazione dove il contagio avviene con una facilità disarmante. Perché una TAZ proprio adesso?

Se iniziative pubbliche come queste servono per raccogliere risorse economiche contro la repressione, come mai non riescono a superare i paradigmi del consumo che vediamo tutt’attorno a noi? Cosa cambia nell’ammassare gente, che consuma in modo non molto diverso da come farebbe in un locale qualsiasi, se non si problematizzano per niente le conseguenze che possono avere momenti così? Non mettiamo in dubbio le necessità materiali ed economiche che esistono per chi vive una vita in contrapposizione allo Stato, ma non possiamo usarle per ignorare quello che vediamo fin troppo bene davanti a noi.

Così come non facciamo fatica a immaginare cosa significhi, visceralmente, una TAZ: la passione di chi suona, il calore di chi si ritrova anche dopo tempo, la sicurezza che deriva dal provare e riuscire a fare qualcosa di fronte alla repressione che ci vorrebbe solo a produrre o a consumare. Sono motivi forti, che ci possono smuovere e far battere il cuore.

Però non bastano, non possono bastare: manca qualcosa.

Manca, soprattutto, la consapevolezza reale della situazione che molte persone, anche alcun* di noi, vivono da marzo: l’abilismo diffuso e sempre più normalizzato che vede i corpi malati e disabili svalutati, ignorati e lasciati indietro; la reticenza e l’incapacità di chi gode del privilegio di essere abile di mettere in discussione le proprie priorità e prerogative; lo sforzo costante di ignorare come la malattia tocchi in modo diverso chi vive una vita diversa, marginalizzata o oppressa; la facilità con la quale anche chi si trova in una situazione difficile decide di prendere le parti della maggioranza, opprimendo lateralmente chi è disabile uguale ma in modo differente.

Non sappiamo se questi argomenti siano stati affrontati prima di decidere di organizzare una TAZ: ciò che resta, alla fine, è quello che tutt* possono vedere. Noi, in questi mesi, abbiamo già visto eventi pubblicizzati indicando a “ipocondriaci e paranoici” di non partecipare; opuscoli di critica che oscillano tra provocazione e opera di autoconvincimento che in fondo non è cambiato nulla; esclusioni dagli spazi di persone scomode, in quanto a rischio, attraverso il trattamento del silenzio o addirittura consigli come “se sei malat*, stattene a casa”; fiumi di parole spesi per festeggiare il ritorno alla normalità militante a fine primavera, ignorando le voci di chi non ha mai pensato che fosse il momento di fare finta di nulla.

Tanto, noi, siamo abituat* a questo trattamento: checché se ne dica, non basta dirsi compagn* per lasciarsi alle spalle i retaggi e le oppressioni che ricreiamo in ogni piccola cosa. Spesso non sono neanche decisioni prese con consapevolezza, come l’abitudine di far finta che le pratiche di cura non esistano, o che non possano esistere, tra di noi o nelle situazioni di lotta che conosciamo solo attraverso gli schermi, qui come altrove. Oppure la scelta di parlare di comunità solo in senso positivo, quando le cose sono facili e vanno bene, quando c’è movimento in avanti: abbiamo visto troppo spesso questa parola rivelarsi vuota quando bisogna caricarsi di responsabilità, anche minime, nei confronti di chi è più fragile, aggrappandosi a un comodo individualismo sempre a portata di mano.

Parlare di accessibilità della TAZ è solo un modo per ripulirsi la faccia, congratularsi con se stess* per aver pensato anche a questo: sono parole vuote di significato per chi ha bisogno di leggerle, scritte senza conoscere i motivi, i termini e le pratiche corrette per comunicare con chi è disabile. L’ostilità verso le persone scomode, in quanto malate o disabili, è palese anche grazie a questa superficialità. Così come lo è parlare di autotutela e volontà individuali, quando conosciamo bene il totale disinteresse ad assumersi le proprie responsabilità sulla possibilità di contagio di chi è abile e in salute: l’autogestione del pericolo epidemiologico finisce presto, soppiantata dalla delega al sistema sanitario, quando ci si ritrova a doversi preoccupare per sé.

Sappiamo che porre queste questioni con un comunicato pubblico è rischioso, vista la facilità con cui possono essere strumentalizzate per dividere tra anarchic* buon* e cattiv*: non avremmo scelto questa modalità se solo ce ne fossero rimaste altre, più discrete, ma fino ad ora abbiamo solo ricevuto silenzi, ripicche e isolamento ogni volta che abbiamo alzato la voce. È necessario parlare di queste questioni, perché sono evidenti a chiunque voglia guardare.

Sappiamo anche che è possibile fare meglio, mettendo in discussione l’universalità del proprio punto di vista e dei propri privilegi, normalizzando pratiche e strumenti che permettano di non riprodurre quello che subiamo lì fuori anche tra noi, riconoscendo come tutte le lotte siano legate e si intersechino tra di loro.

A volte basta prendere atto di quello che si è fatto.

Guastafeste di Milano e dintorni

Volantino A3 PDF

FONTE: https://roundrobin.info/2020/12/per-non-farci-seppellire/


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