“Il Cinema è chiuso? Lunga vita al Cinema”

29 ottobre 2020

Una riflessione da Smk Factory e OpenDdb (Bologna): “Qual è l’idea di vita, di lavoro, di comunità che muove le scelte delle istituzioni che ci governano, che esercitano il potere di dividere la propria popolazione in produttivamente utile e inutile? Sarà la criminalizzazione del ‘tempo libero’ a salvarci dalla pandemia?”.

Il nostro punto di vista

di SMK Factory / OpenDDB Distribuzioni dal Basso

La nuova improvvisa chiusura degli spazi di fruizione della cultura ci costringe – una seconda volta – a uno sforzo su più fronti: uno sforzo volto a resistere, mentre attendiamo di conoscere le misure messe in campo per evitare il tracollo economico di un intero settore; uno sforzo di immaginazione, perché abbiamo ormai compreso che soltanto facendo rete e rafforzando il senso di comunità è possibile salvare ciò che le scelte politiche attuali qualificano evidentemente come non strettamente necessario.

Qui proponiamo il nostro punto di vista, a partire dalla nostra esperienza negli ultimi mesi, a partire dalla ripresa del tour di The Milky Way che ci ha portato a confrontarci con molti luoghi del cinema in Italia e ad approfondire la nostra riflessione sugli attuali modelli di distribuzione cinematografica. Con quale scopo? Quanto accaduto negli ultimi giorni ci spinge a mettere in campo una riflessione più ampia, che intende travalicare gli argini dati dalle singole situazioni di difficoltà che, come lavoratori e lavoratrici del cinema, dello spettacolo e della cultura, ci troviamo a vivere, a favore di un’analisi che ci auguriamo possa porre le basi per una ricomposizione più larga.

Ma andiamo con ordine.

“Il lockdown si è abbattuto come una falce sulle nostre vite…”

Così si apriva la riflessione “The Milky Way. Il cinema non si salva da solo” ormai più di 5 mesi fa. Di quelle settimane portiamo ancora dentro di noi il senso profondo di precarietà esistenziale, l’incertezza (anche economica), la tristezza, la paura, il dolore.

Ma di quei giorni ci portiamo dentro anche la voglia di reagire e di mettere in campo pratiche solidali per non far mancare il nostro sostegno a chi, come noi, vive di cultura e autoproduzioni indipendenti, mettendo la logica della condivisione prima di quella del mercato. Per questo il 7 Marzo lanciammo il nostro “Streaming di comunità”: 64 giorni ininterrotti di programmazione accessibile a tutte e tutti gratuitamente, oltre 150 film proiettati, 250.000 spettatori in totale. Si è trattato di una risposta immediata, di pancia, ma sentivamo che in quel momento fosse la cosa giusta da fare: dare il nostro piccolo sostegno a quella comunità che si aiuta, di cui facciamo parte.

I danni economici di quei mesi sono stati molto pesanti per tutti e ce li trasciniamo ancora oggi. Per quanto riguarda la diffusione del film “The Milky Way”, abbiamo dovuto cancellare oltre 50 date, abbiamo dovuto trovare la forza di riprogrammare il tour, provando a recuperare laddove era possibile, rimettendo in moto una macchina che aveva dovuto fermarsi subito dopo la linea di partenza.

“Rivendichiamo la necessità di tornare nei luoghi di socialità, di aggregazione e di cultura..”

Il 15 Giugno è stata la data che ha segnato l’ufficiale riapertura di cinema e degli spazi di cultura. In una stagione che, di per sé, non rappresentava un periodo molto favorevole per la distribuzione cinematografica, la situazione che ci siamo trovati davanti nel ripartire con la programmazione delle date è stata davvero complicata.

Le misure di prevenzione messe in campo dal governo hanno rivoluzionato il concetto di sala e di spettacolo cinematografico: la necessità del distanziamento fisico ha notevolmente diminuito la capienza (il più delle volte per 2/3 del totale) azzerando quasi totalmente le possibilità di ritorno economico tanto per le sale che per i film e le produzioni.

Nonostante questo abbiamo sentito la necessità di tornare al più presto a riaccendere i proiettori, a discutere con le persone in sala, a mostrare il nostro film e diffondere il suo messaggio di umanità e solidarietà. Come noi altre migliaia di persone lo hanno ritenuto altrettanto urgente.

Abbiamo visto cinema investire forze e soldi per attuare tutte le misure necessarie per poter riaprire in sicurezza, abbiamo visto produzioni e distribuzioni riprogrammare l’uscita dei film seppur nell’incertezza sul prossimo futuro, abbiamo visto festival e rassegne non rinunciare alla possibilità di continuare ad esistere, trovando forme ibride tra sala e digitale per continuare a diffondere cultura accessibile a tutte e tutti. È anche a questo che ci riferiamo quando intendiamo parlare di (r)esistenza culturale.

Di questo nuovo lavoro di semina, in questi quattro mesi di “tour pandemico”, ci portiamo a casa tutti i frutti, tanto quelli dolci, quanto quelli più amari. A partire dal ritrovare il sorriso nel vedere cinema, spazi sociali, circoli e associazioni nuovamente pieni (al netto delle restrizioni) per la visione di “The Milky Way”. Abbiamo constatato come la voglia di informazione, confronto, crescita e condivisione della cultura, non fosse stata spazzata via dal virus e dalle sue temibili ripercussioni sociali, ma anzi di come in molti ne sentissero (ancora di più) la necessità. Dal 19 Giugno al 21 Ottobre abbiamo riprogrammato 36 date, di cui 19 con la presenza del regista, riuscendo a ri-portare in sala più di 2000 persone.

Abbiamo anche visto sale totalmente deserte, esercenti tenere aperti i propri spazi nonostante la logica economica dicesse il contrario, con la grande determinazione di chi sa che il proprio ruolo non è “solo” mostrare un film. Abbiamo visto grandi produzioni e distribuzioni fare esclusivamente i loro interessi (d’altronde come poteva essere diversamente…) rimandando uscite per privilegiare le soluzioni digitali piuttosto che quelle in sala.

Abbiamo visto il cinema indipendente e d’essai caricarsi sulle spalle la responsabilità di doverci essere, anche se troppe volte bistrattato e poco considerato. Abbiamo visto come i modelli della distribuzione classica, già fortemente in difficoltà da anni, semplicemente non funzionano più. Abbiamo visto “blockbuster” fare 4 spettatori e film indipendenti riempire le sale. Abbiamo visto consolidarsi un modello di distribuzione dal basso che ci ha permesso di tenere una media di 55 persone a proiezione (contro la media nazionale di 10-12 fatta registrare in questi mesi di riapertura), grazie al fatto che da anni perseguiamo un modello di costruzione delle proiezioni che vuole essere un tutt’uno con le comunità locali che agiscono su una determinata tematica sociale.

Il tutto tenendo come elemento imprescindibile la tutela della salute di tutte e tutti. Non riporteremo in questo articolo le ricerche che in diversi paesi, Italia compresa, hanno analizzato le possibilità di contagio in sale cinematografiche e teatri. Partiamo da quello che abbiamo visto, da quella che è stata la nostra percezione: i cinema sono stati tra i luoghi più sicuri, se non i più sicuri, che abbiamo attraversato in questi mesi.

“Una scelta molto sofferta…”

Così siamo arrivati a sabato scorso, quando in maniera abbastanza inaspettata è stata annunciata la scelta del governo di chiudere nuovamente cinema, teatri, spettacoli e molto altro ancora. Lo diciamo senza troppi giri di parole: reputiamo questa decisione ingiusta e ingiustificata, oltre che molto grave se commisurata alle scelte politiche (ed economiche) fatte dalle istituzioni.

Vogliamo essere chiari. Non ci interessa entrare nella logica antitetica del “tutto aperto” o “tutto chiuso”, né tantomeno in sanguinose classifiche su cosa dovrebbe restare aperto e cosa chiuso. Ci limitiamo a fare delle considerazioni che non possono prescindere da una visione più ampia di quanto succede in questo quadro storico, non solo per quanto riguarda il “nostro settore”.

Abbiamo l’impressione di rivivere un déjà-vu dei più distopici, con il riproporsi di dinamiche che, sinceramente, ci auguravamo fossero superate: dagli ospedali nuovamente in emergenza ai sistemi di prevenzione e tracciamento in cronico ritardo, dalla sistematica colpevolizzazione dei singoli cittadini a una gestione politica in chiave esclusivamente emergenziale, scandita da un susseguirsi di imprevedibili decreti.

Quale efficacia può avere la scelta di bloccare solo determinati settori (quello culturale e quello ricreativo) mentre molti lavoratori e lavoratrici continuano ad andare a lavorare in condizioni poco sicure? Ci sembra sia sempre più chiaro che tra la salvaguardia della produzione industriale e di capitale (la famosa “economia da salvare”) e quella della cultura, della formazione e del “tempo libero”, chi ci governa abbia fatto chiaramente le sue scelte. Siamo pronti ad accettare l’orrore di una società che sacrifica la cultura a favore della produzione di capitale (in cui peraltro, anche in fase emergenziale, si acuisce il divario fra chi lavora e chi sfrutta il lavoro)?

Qual è l’idea di vita, di lavoro, di comunità che muove le scelte delle istituzioni che ci governano, che esercitano il potere di dividere la propria popolazione in produttivamente utile e inutile? Sarà la criminalizzazione del “tempo libero” a salvarci dalla pandemia?

“Chi protesta per cinema e teatri non capisce la gravità della situazione”

Tutt’altro. Capiamo perfettamente la gravità della situazione, ministro Franceschini. E non permettiamo che le nostre voci critiche vengano gettate in un unico torbido calderone per essere tacciate di irresponsabilità. Lo ripetiamo, se non è chiaro: si tratta delle voci di persone e realtà che hanno lottato una stagione intera per mantenere viva la cultura in questo paese, investendo in progetti a lungo termine il proprio tempo, le proprie risorse, i propri sogni. E proprio in virtù di questo esigiamo che, se si deve parlare di chiusure, si ragioni su tutti quei settori che rischiano realmente di alimentare e diffondere la pandemia; non che invece si vada a colpire solamente ciò che è “sacrificabile”, nell’ottica di una visione neoliberista della società che negli ultimi vent’anni ha portato a disconoscere del tutto il ruolo della cultura nella costruzione della persona, della cittadinanza, della comunità.

Quella che lanciamo, dal nostro punto di vista di produttori e distributori di cinema indipendente, non è una proposta conservativa. Lo sappiamo bene: è impossibile pensare che alla riapertura delle sale cinematografiche la situazione tornerà come l’abbiamo sempre conosciuta. La pandemia inevitabilmente ha portato a cambiare le nostre abitudini e forse anche il nostro modo di pensare. In questo momento, la cosa di cui abbiamo bisogno è una prospettiva, una via d’uscita. Abbiamo bisogno di ricostruire su basi nuove il rapporto fra fruizione e produzione cinematografica, ricominciando a mettere i cinema al centro e come inizio imprescindibile della vita di un film. Al contempo c’è bisogno di supportare gli stessi cinema a ritrovare un ruolo nuovo sui territori, nelle comunità, attraverso la creazione di una rete attiva, che unisca piccole e medie realtà produttive e distributive. Nuove forme di condivisione, dove lo streaming, che è parte da anni del lavoro di OpenDDB, può essere un supporto, ma non una risposta che vada in sostituzione della sala. Un buon esempio è stata l’edizione 2020 del Terra di Tutti Film Festival: un festival che ha scelto, vincendo la sfida, la contemporaneità tra sala e digitale.

Il ruolo del cinema indipendente, prodotto sui territori e in grado di intercettarne le forze attive, può essere determinante in questa dinamica. Se in condizioni pre-pandemiche al “prodotto” indipendente veniva tradizionalmente riservato un piccolo spazio all’interno della programmazione mensile della sala, oggi questo paradigma può e deve cambiare. Crediamo che tutti i momenti di profonda crisi portino con sé, inevitabilmente, degli spazi di possibilità che si aprono, per cambiare il presente ed immaginare un nuovo futuro. Se la frammentazione sociale è sempre più profonda e il setting politico attuale spinge le persone a ricercare il nemico da combattere (quasi) sempre “in basso”, dobbiamo ripartire dal costruire nuove fondamenta per le comunità in cui vogliamo vivere; dalla difesa degli spazi di aggregazione, cultura, socialità e pensiero critico, alle pratiche di mutuo soccorso e solidarietà fino al tracciare nuovi modelli di vita insieme. Questo riguarda tutti e tutte, compresi noi autori e autrici, musiciste e musiciste, registe e registi, di cinema, di teatro… i mille noi, che siamo tante cose diverse contemporaneamente, ma lo possiamo essere tutti insieme.

SMK Factory / OpenDDB Distribuzioni dal Basso

 

FONTE: https://www.openddb.it/il-cinema-e-chiuso-lunga-vita-al-cinema/
https://www.zic.it/opinioni-il-cinema-e-chiuso-lunga-vita-al-cinema/


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