Covid, a che punto è la notte – Intervista a un infermiere di un ospedale milanese

Covid, a che punto è la notte – Intervista a un infermiere di un ospedale milanese

18 ottobre 2020, da milanoinmovimento.com

A fine marzo, in pieno disastro, pubblicavamo una prima intervista a un nostro compagno che lavorava come infermiere nei reparti Covid19 presso una grande struttura ospedaliera milanese. Poi, nei mesi, abbiamo continuato a sentirlo su altre questioni come il rinnovo del contratto della sanità privata e gli scioperi del personale medico. In questo fine settimana di metà ottobre lo abbiamo nuovamente interpellato per capire quale sia la situazione reale di un ospedale di Milano in questo momento.

Lavori ancora in un reparto Covid come a marzo o ti hanno spostato?

Lavoro attualmente in un reparto non-Covid, ‘classico’ diciamo, tuttavia capita che alcuni tamponi di screening risultino positivi. Questo lo associo al non corretto comportamento principalmente di parenti, che accedono ai reparti, talvolta non autorizzati. Non avendo chiare disposizioni dagli organi preposti, non è sempre facile far rispettare le misure anticontagio. Oppure alla poca attendibilità dei tamponi stessi. Ricorda molto la situazione a inizio marzo. Dunque è possibile che da un giorno all’altro verremo spostati in reparti per riaprirli come ‘Covid’. Sta già accadendo.

L’altro giorno mi hai mandato una foto che documentava una fila impressionante di auto in attesa al drive-in dell’ospedale dove lavori per fare il tampone. Com’è la situazione? Hai verificato da vicino?

A quanto mi risulta all’inizio di questa “fase” se la collochiamo con l’inizio dell’autunno, sembrava che il sistema dei tamponi a Milano potesse riuscire ad assorbire le richieste, a mappare i contatti, a essere all’altezza della situazione. Ora però sembra vero il contrario, dalla fila che tu citavi sembra tutto assolutamente inadeguato. Tutt’ora le direttive non garantiscono il tampone a chi ha avuto un contatto stretto, e ho notizie di diversi casi positivi cui non è seguita la mappatura dei contatti. Ed è solo ottobre. A meno che, ca-va-cans-dire, si vada a pagare 80 euro per fare il tampone dai privati. Ad ogni modo, secondo le direttive, tutte quelle persone dovrebbero essere sintomatiche per ricevere il tampone. Dunque, questa è la prova provata che la gestione sarà nuovamente solo “ospedalocentrica”. Probabilmente del tutto indeguata.

Ci sono i segnali concreti che la situazione si sta facendo via via più seria?

In primis i dati sui contagi, i ricoveri nei reparti e nelle terapie intensive. Mentre non è stata presa nemmeno mezza decisione di ristrutturare il sistema territoriale. Ancora prima, non è stata nemmeno iniziata una vera critica pubblica all’operato della Giunta Fontana. Sembra di essere su un autobus con un anziano sordocieco chiuso nella cabina di guida, che sorridente pensa ai nipotini mentre sta andando a farci schiantare tutti. Per citare un esempio, l’acquisto di vaccini antinfluenzali non approvati dall’AIFA.

Cosa si dice tra operatori sanitari?

Che non si può lavorare in queste condizioni. Tantomeno affrontare per la seconda volta la pandemia con queste carenze strutturali. Primo tra tutti il personale, passando per i dispositivi, arrivando agli accordi siglati dai sindacati col governo, che sono profondamente umilianti per chi si sta sbattendo, di nuovo, per tirare fuori ‘sto paese da questa situazione.

Avete delle direttive chiare dall’alto?

Non proprio. Abbiamo imparato dei metodi comportamentali per l’assistenza diretta, metodi gestionali all’interno delle unità operative e delle strutture ospedaliere, ma mancano certezze per quanto riguarda le macro-previsioni sul virus e dunque, di nuovo come a marzo, sembra di navigare a vista.

Secondo te cosa è stato fatto e cosa non è stato fatto per prepararsi a quella che, a tutti gli effetti, sembra la “seconda ondata”?

Mi sembra che sia stato fatto poco o niente. Abbiamo gli stessi “autisti sordociechi” alla guida (però molto attenti alle richieste di Confindustria) è già questo potrebbe bastare. Andando avanti, non è stato assunto personale a sufficienza, mancano i dispositivi e i presidi per lavorare decentemente, la medicina territoriale è invariabilmente la stessa antecedente a marzo, e addirittura, a oggi mancando i vaccini antinfluenzali, così aumenterà ulteriormente la confusione riguardo alla diagnosi differenziale tra influenza e Covid. Non so come sia la situazione nelle RSA, ma temo di nuovo il peggio.

In questi mesi il nodo gordiano della sanità lombarda non è stato sciolto e, in fondo, neppure se n’è discusso. Perché secondo te?

Non si è discusso della sanità Lombarda credo per un semplice motivo: chi dovrebbe fare autocritica e dimettersi, ha l’appoggio forte degli industriali cui garantisce i profitti. A cascata, i direttori, a nomina politica, delle strutture pubbliche da un lato, a nomina della giunta, applicano e difendono soldatescamente le scelte dei loro superiori. Dal lato privato, il connubbio Confindustria e Lega è ancora più marcato, a maggior ragione non criticherebbero mai le scelte che garantiscono i profitti e mantengono in piedi quei circuiti economici. E aggiungerei anche, un discreto conflitto di interessi da parte del maggiore partito di opposizione, che vanta rapporti con le “cooperative” e quindi con il sistema di appalti, ospedalocentrico, dove le prestazioni più remunerative sono dei privati e le RSA sotto agenzia interinale o appalto alle coop.

Perché pensi molti, anche tra i medici che vanno in televisione, tendono a sottovalutare la gravità della situazione influendo pesantemente sul sentire comune?

Credo che già molti si stiano ricredendo. Ad ogni modo, per il discorso del vincolo di fedeltà obbligatorio per lavorare, ciò che passa in televisione o è in linea con la narrazione del governo Conte, Fontana ecc. e non critica la gestione locale dei direttori, oppure ha vita difficile. Credo che fino ad oggi sia stata adottata una narrazione rassicurante per mantenere basse le tensioni sociali, fino a quando la situazione sanitaria sia nuovamente esplosiva per costringerci tutti a casa. Un modo per aggirare le ovvi tensioni tra chi lavora (o non lavora) e rischia, e chi nonostante la pandemia, la strage nelle RSA, si arricchisce.

 

FONTE: https://milanoinmovimento.com/primo-piano/covid-a-che-punto-e-la-notte-intervista-a-un-infermiere-di-un-ospedale-milanese


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