Confindustria batte cassa. I contratti “rivoluzionari” che vuole Bonomi: niente aumenti salariali

La «rivoluzione» di Bonomi: niente aumenti salariali

La «rivoluzione» di Bonomi: niente aumenti salariali. Ha usato l’aggettivo «rivoluzionari», Carlo Bonomi. Il presidente di Confindustria però lo fa a sproposito – «è un aggettivo che proprio non ci si addice» – lanciando un messaggio chiaro sulla strategia per l’autunno: servono «contratti rivoluzionari rispetto al vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari» perché «nel frattempo è il lavoro e sono le tecnologie, i mercati e i prodotti, le modalità per produrli e distribuirli, ad essersi rivoluzionati».
Il messaggio in realtà era rivolto solo ai presidenti territoriali e di categoria di Confindustria. Ma l’Ansa ne è entrata in possesso, costringendo anche il sito del Sole24Ore a divulgarlo urbi et orbi.

Un richiamo all’ordine interno che traccia la linea da tenere in tutti i tavoli contrattuali. Disconoscendo il già criticato contratto «separato» dell’industria alimentare – sottoscritto dalla maggioranza delle grandi imprese del settore il 31 luglio con aumento salariale (119 euro) e di diritti significativo – e lanciando la sfida ai sindacati su un nuovo modello contrattuale.

A cosa voglia arrivare Bonomi diventa chiaro leggendo nella parte riservata ad attaccare il governo – era in prima fila ad ascoltare Draghi al Meeting di Rimini – quando si parla del «blocco dei licenziamenti» con argomenti così avanzati da essere degni di un padrone delle ferriere. Scrive Bonomi: «Più si protrae nel tempo il binomio “cig per tutti-no licenziamenti” più gli effetti di questo congelamento del lavoro potrebbero essere pesanti, in termini sociali e per le imprese», afferma. Per le imprese questa sorta di «anestesia» potrebbe significare «al risvegliò l’avvio di procedure concorsuali». Leggasi: fallimenti.

Poi passa ad equiparare i lavoratori che hanno ricevuto gli ammortizzatori durante la pandemia a parassiti statali. «Hanno avuto accesso alla cassa-Covid (senza alcun riferimento al 30% di imprese che l’ha chiesta illecitamente continuando a lavorare, ndr) oltre 5,5 milioni di italiani; se a questi sommiamo tutti coloro che beneficiano dei diversi regimi di sostegno diritto pubblico, la quota di italiani sotto l’ombrello della protezione statale oltrepassa quota 8 milioni di cittadini». Insomma, vanno messi in riga.

L’alternativa? Il solito e immobile riferimento alle mitiche «politiche attive per il lavoro» – che «non possono essere attuate con il reddito di cittadinanza» – e una «riforma complessiva e di sistema». In pratica la proposta di Confindustria si limita chiedere una «Naspi allungata» – pagata naturalmente dallo stesso Stato non più parassita – e il «ripristino dell’assegno di ricollocazione», lo strumento ideato da Pietro Ichino, architrave del Jobsact, già totalmente fallito: servì solo a dare soldi alle agenzie interinali che riuscivano a piazzare qualche lavoratore dopo averlo fintamente formato.

I segretari generali dei sindacati decidono di non rispondere, anche per rispetto della «fuga di notizie». Fa eccezione il segretario generale della Uiltec (chimici) Paolo Pirani: «I contratti di lavoro che stiamo rinnovando non fanno riferimento al contratto Itala Fiom del 1906 che fu il primo contratto collettivo – scrive con sarcasmo su Twitter – ma in base al Patto per la fabbrica del 2018 (sottoscritto dal predecessore Boccia, ndr). Se non va bene, Confindustria se ne assuma la responsabilità aprendo uno scontro sociale», conclude Pirani.

La sortita di Bonomi promette comunque di rendere incandescente l’incontro già fissato per lunedì 7 settembre con Landini, Furlan e Bombardieri che continuano invece a chiedere di rinnovare i contratti scaduti che coinvolgono ormai oltre 10 milioni di lavoratori – ieri è stato indetto l’ennesimo sciopero per il rinnovo della sanità privata, scaduto da 14 anni con 3 anni di trattative infruttuose alle spalle.

Per il resto le otto pagine di missiva interna di Bonomi si concentrano sul nuovo protagonismo del governo in economia. «Un paese che ha esteso ancora i poteri di Golden Power – attacca Bonomi – che nazionalizza Alitalia e vuol fare lo stesso con l’Ilva; che vuole tornare alla rete pubblica delle Tlc bloccando i privati del settore» «è un Paese che dimentica il rovinoso falò di risorse delle partecipazioni statali che obbligò alle privatizzazioni di inizio anni 90». Quelle invece – solo per lui – hanno funzionato.

di Massimo Franchi

da il Manifesto del 29 agosto 2020
FONTE: https://milanoinmovimento.com/evidenza/la-rivoluzione-di-bonomi-niente-aumenti-salariali

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Confindustria batte cassa. I contratti “rivoluzionari” che vuole Bonomi

29 agosto 2020. Il Governo non ha ancora sciolto i nodi dirimenti per il paese, lo dice Confindustria affidando al Presidente Bonomi il compito di lanciare un messaggio all’Esecutivo attraverso una intervista al quotidiano padronale. Giorni fa scrivevamo che i ritardi nel rinnovo dei contratti erano legati a due fattori: da una parte il mancato stanziamento di fondi da parte del Governo per i 3 milioni di dipendenti pubblici, dall’altra le richieste di Confindustria che prima di sottoscrivere accordi e intese avanzano richieste ben precise.

Bonomi dice di non essere contrario al rinnovo dei contratti scaduti e riguardanti milioni di lavoratrici e lavoratori ma solo che non intendono limitarsi alla firma, vogliono dei contratti rivoluzionari. E in cosa consisterebbe questa rivoluzione?

Intanto il potenziamento degli accordi di secondo livello per consentire alle aziende di aggirare i contratti nazionali attraverso un sistema di deroghe, sono disposti ad accordare piu’ potere agli Enti bilaterali ma non prima di avere ottenuto come merce di scambio lo stravolgimento dell’attuale assetto contrattuale. Non che quello attuale sia soddisfacente ma l’obiettivo padronale è ancora piu’ ambizioso e mira a circoscrivere ulteriormente il potere di acquisto e di contrattazione.

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Il leit motive poi è sempre lo stesso, affermare una cultura aziendale e industriale rimuovendo gli atavici pregiudizi che poi sono solo la salvaguardia di diritti, salari, pensioni, welfare.

Ogni qual volta si affermano i processi di ristrutturazione, per giustificarne l’operato inizia una campagna ideologica, i padroni sono bravi a presentarsi come vittime di un sistema assistenziale, anzi presunto tale, per portare a casa il massimo risultato.

In questi anni le aziende hanno beneficiato di ingenti aiuti a fondo perduto, è stata accordata la cassa integrazione a chi non ne avrebbe avuto bisogno, si sono scaricati sulla collettività i costi di impresa, alcune grandi multinazionali made in Italy hanno spostato le loro sedi in altri paesi nel silenzio assenso dei Governi via via succedutesi.

In questi anni hanno ottenuto di tutto e di più, dallo stravolgimento dell’art. 18 e del sistema Previdenziale fino a regole sulla rappresentanza così inique da costituire una sorta di sindacato di potere sotto la forma della maggiore rappresentatività. Vogliono di più, mirano direttamente a contrarre ulteriormente gli spazi di democrazia e partecipazione e per farlo rivendicano, al pari dei sindacati firmatari di contratto, una legge sulla rappresentanza ma vorrebbero mettere le mani sui fondi europei tacendo ovviamente sulle condizioni di erogazione e sui costi da scaricare interamente sullo stato, anzi sulla collettività

La lettera inviata da Bonomi alle associazioni di Confindustria segna un passaggio decisivo, i padroni non solo battono cassa ma avanzano richieste molto precise al Governo, criticano i decreti attuativi e tutti i meccanismi burocratici ma quello che vogliono è bypassare ogni strumento di controllo pubblico consapevoli della debolezza dell’Esecutivo e del fatto che a ridosso delle elezioni possono portare a casa molti risultati.

Bonomi mira direttamente a ripristinare la libertà di licenziamento perché ad anno nuovo molte aziende vogliono ridurre la forza lavoro e per farlo necessitano di un quadro normativo che permetta ampia libertà di azione alle imprese. È questa, e non altra, la cultura di impresa, la cultura della libertà di licenziamento, della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite.

Vogliono smantellare i centri per l’impiego per accaparrarsi, attraverso agenzie private, il business della formazione e dell’aggiornamento, vogliono decidere loro come e se ricollocare le migliaia di lavoratori e lavoratrici in esubero. E lo Stato, anzi il Governo, in questi anni non ha fatto nulla per restituire alle Province quel ruolo di formazione che un tempo avevano anche se nel corso degli anni, soprattutto con le privatizzazioni e gli appalti, quel ruolo è stato fortemente ridimensionato, diremmo vanificato e ridotto a ben poca cosa.

Se il codice Ipca per il rinnovo dei contratti ha determinato perdita del potere di acquisto reale dei salari, oggi mirano ad ottenere un sistema di calcolo ancora piu’ svantaggioso per la forza lavoro alimentando al contempo la parte variabile del salario attraverso il secondo livello, le deroghe, lo scambio iniquo tra produttività e salari che diventeranno una sorta di variabile dipendenti dai profitti di impresa.

E non mancano di invocare la riforma del welfare, il nostro sistema sarebbe troppo sbilanciato verso gli anziani, eppure chi andrà in pensione tra 15\20 anni avrà assegni così bassi dal costringere lo Stato ad intervenire con misure, pagate dalla collettività, di supporto previdenziale. E non siamo noi a dirlo ma le proiezioni sulle pensioni di domani.

La demagogia fraudolenta delle sedizioni tanto abiurata dai padroni è in realtà la atavica e acritica esaltazione del libero mercato, loro vogliono uno Stato asservito alle logiche padronali che anteponga magari ad ammortizzatori e aiuti sociali gli aiuti alle imprese.

Per raggiungere questi obiettivi hanno bisogno dell’aiuto dei sindacati complici, eliminare sul nascere ogni forma conflittuale rispetto alla chiusura di aziende, ai licenziamenti, rievocano il Patto sottoscritto nel 2016 sulla ricollocazione per imporre agenzie formative private e costruire una sorta di ricatto alla forza lavoro per accettare lavori magari part time e sottopagati, costringendo famiglie a cambiare residenza indebitandosi per contrarre un mutuo o semplicemente per un affitto.

Queste ricette padronali oggi rappresentano l’insieme delle richieste al Governo, necessitano da una parte della partecipazione attiva del Governo e dall’altra del sostegno dei sindacati complici.

Di questo dovremmo iniziare a parlare in vista del Prossimo autunno perché i processi di ristrutturazione sono già iniziati

Redazione pisana di Lotta Continua

(da: https://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com )
FONTE: https://www.lotta-continua.it/index.php?option=com_easyblog&view=entry&id=667&Itemid=319

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