I Centri per il rimpatrio, senza rimpatrio

La detenzione dei migranti era necessitata dalla scusa di dover di procedere alle espulsioni. Ma ora che le deportazioni sono ferme, questi luoghi ci ricordano sempre più che l’eccezione non è mai avulsa da quello che le sta attorno.

Il tempo della prigione
è un tempo che sembra fermo
ma passa, passa… passerà l’inverno.

Presi per caso, Tempo della prigione, 2009

#stateinlager

Abbiamo vissuto, e per certi versi stiamo ancora vivendo, l’esperienza più simile alla reclusione della nostra vita. Non tanto perché questa esperienza abbia realmente qualcosa in comune con la violenza, le dinamiche sociali e la sopravvivenza in carcere, ma perché, per quasi chiunque leggerà questo articolo, lo #stateacasa è stato il livello massimo di privazione della libertà di movimento in un clima di terrore mai provato. La maggior parte di noi non vivrà mai l’esperienza della reclusione; altri l’hanno vissuta o la vivranno per ragioni politiche, il che rende il carcere un’esperienza quantomeno diversa da quella vissuta dalle detenute e dai detenuti comuni, anche solo per il sostegno affettivo di un’ampia comunità solidale e perché, potenzialmente, «lottare dalla parte giusta ti fa stare bene».

In un certo senso, anche per chi non ci aveva mai pensato prima, la segregazione in casa propria è stata un’esperienza tanto provante dal punto di vista fisico e psicologico da rendere tangibile l’assurdità della promessa di rieducazione-attraverso-la-restrizione che sta alla base del sistema penitenziario italiano. Nell’Italia della detenzione light alla quale siamo stati costretti in questi mesi e delle carceri sovraffollate (a oggi, 53mila detenuti per 48mila posti, secondo il Garante dei diritti delle persone detenute), esiste tuttavia un altro gruppo di qualche centinaio di persone costrette a vivere rinchiuse in strutture dello Stato: si tratta delle persone senza documenti che vengono confinate senza aver commesso reati nei Centri permanenti per il rimpatrio (Cpr).

Bisogna partire da tre premesse. Primo, il trattenimento in un Cpr (che ho già provato a raccontare qui e qui) ha come obiettivo formale l’espulsione di cittadine e cittadini stranieri verso i loro Paesi d’origine: in questa fase di chiusura dei confini, che impedisce di organizzare deportazioni, il trattenimento nei Cpr diventa sostanzialmente illegittimo dal punto di vista della stessa normativa vigente, come hanno scritto in una lettera ai Giudici di pace alcune associazioni. Secondo, in un momento in cui si invoca il mantra del distanziamento sociale, costringere un sottogruppo della popolazione a vivere in condizioni di promiscuità è pericoloso dal punto di vista sanitario; che questo avvenga, per ragioni diverse, nelle fabbriche, nelle carceri e nei Cpr non fa che confermare che esiste una gerarchia delle vite degne di essere vissute. Terzo, gli ingressi nei Cpr si limitano, da qualche mese, quasi solo ai trasferimenti dalle carceri; a fronte dei rilasci per decorrenza dei termini, il numero totale degli internati è oggi intorno ai 200.

Nonostante questo, gli ingranaggi della fabbrica degli internati – peraltro enorme e costosissima – paiono non poter essere fermati; la liberazione di tutti i reclusi nei Cpr, come avvenuta in Spagna e altrove in Europa, pare non essere sul piatto della discussione politica. Il Coronavirus, tuttavia, in materia di campi di internamento come già in altri settori, ha tolto il velo alla nudità del re, alla quale i movimenti contro i Cpr gridavano da tempo; in breve, quando si tratta di Cpr, «non importa quante persone vi siano rinchiuse: quello che importa è la mera esistenza del sistema dei centri permanenti per il rimpatrio, all’interno dei quali ogni non cittadino/a è potenzialmente internabile».

I Cpr in Italia oggi: una panoramica

Secondo l’aggiornamento dell’8 maggio, «il numero totale delle persone presenti nei Cpr è oggi 210, ancora una volta con le massime presenze a Torino (68), Gradisca di Isonzo (41) e Macomer (37)»; solo un mese e mezzo fa, nei campi di internamento di Stato c’erano 321 uomini e 23 donne. Dopo la chiusura del Cpr di Trapani-Milo a seguito delle rivolte interne, i Cpr attivi in Italia al momento sembrano essere otto: Torino, Gradisca d’Isonzo (Go), Roma-Ponte Galeria, Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Palazzo San Gervasio (Pz), Caltanissetta-Pian del Lago, Macomer (Nu), aperto il 20 gennaio nell’ex casa circondariale. Insomma, l’intera macchina dei trattenimenti (ora senza espulsioni), che estende i suoi tentacoli in varie regioni italiane e costa milioni di euro all’anno, sta in piedi per recludere duecento persone.

Essendo bloccati i voli di rimpatrio a seguito della chiusura dei confini, le persone vengono liberate con un foglio di espulsione per scadenza dei termini (180 giorni, che si riducono a 45 per chi viene dal carcere), per esiti positivi dei ricorsi inoltrati dai legali o per rigetto da parte del Tribunale delle richieste di proroga avanzate dalla Questura. La Legal Clinic Roma Tre rende noto che:

il Tribunale di Roma […] rigetta cinque richieste di proroga della Questura di Roma, disponendo l’immediata liberazione delle persone trattenute [motivando in un caso] sulla base del diritto alla salute del trattenuto, che prevale sulle esigenze di controllo dell’immigrazione che giustificano il trattenimento, e sul venire meno della ratio stessa della misura – così come definita dalla ‘Direttiva Rimpatri’ – alla luce dell’impossibilità di procedere al rimpatrio delle persone trattenute.

In breve, il trattenimento nei Cpr delle e dei migranti è in queste condizioni in palese contrasto con l’obbligo delle autorità di tutelare la salute e in aperta contraddizione con la loro funzione – comunque illegittima – di agevolare le deportazioni nei Paesi d’origine.

Oh Gradisca tu sia maledetta

Il 23 marzo scorso, alcune persone nella zona rossa del Cpr di Gradisca hanno proclamato uno sciopero della fame, per la pessima qualità del cibo, probabilmente scaduto, per le condizioni igieniche del Cpr e l’impossibilità di avere lenzuola e vestiti puliti e prodotti per l’igiene personale, ma soprattutto per la paura per la diffusione, all’interno del centro, del Coronavirus.

I reclusi ribadiscono di non essere né animali né criminali, di essere stati messi nel Cpr a causa di problemi con i documenti che non possono risolvere stando chiusi nel Cpr. Dichiarano che il Cpr è ancor peggio di una prigione e che, se il virus entra, si ammalano tutti. Hanno paura, nel caso si ammalassero, che nessuno li aiuterebbe e che li lascerebbero morire lì.

Qualche giorno dopo, la sindaca di Gradisca Linda Tomasinsig (Pd) comunicava, attraverso un post su facebook, che un uomo nigeriano, risultato positivo al Covid-19, era stato trasferito da Cremona a Gradisca e messo in isolamento. I reclusi erano tenuti all’oscuro della presenza di una persona ammalata; quando ne sono venuti a conoscenza, hanno inviato dei video ai solidali; uno dei video termina con questa dichiarazione:

Ecco questo è Cpr, questo è Cpr, fa morire le persone. Ha lasciato chiuso come cane quasi più di dieci giorni, sempre lucchetto chiuso. Com’è possibile? Com’è possibile? Vuole ammazzare le persone? Questo Cpr è diventato una prigione per ammazzare le persone. Come se è ritornato Hitler al mondo.

Il 29 marzo, secondo le testimonianze dei reclusi, uno di loro veniva picchiato dalla polizia e di seguito portato all’ospedale, poi riportato al Cpr, dove non aveva ricevuto alcuna cura; lo stesso giorno, visto che non era stata presa nessun’altra misura di prevenzione del contagio, iniziava una protesta. Un mese dopo, la notte prima della Festa della Liberazione, primo giorno di Ramadan, i reclusi comunicavano all’esterno che almeno otto di loro, tra quelli che si trovano nella cosiddetta area rossa del Cpr, erano positivi al Covid-19 – in base a test fatti forse a loro stessa insaputa – ed erano costretti a stare in cella con compagni negativi al virus, allegando fotografie degli esiti dei tamponi. Stando alle autorità locali e nazionali, in quei giorni, i positivi al virus erano solo quattro ed erano tutti isolati.

Quella sera, per mostrare la loro rabbia e la loro paura, chiedendo di non essere costretti a stare nelle stanze a rischio contagio, i reclusi avevano bruciato alcuni materassi. Nei fatti, delle persone molto spaventate all’idea di ammalarsi e morire all’interno di un centro di detenzione avevano messo in piedi una protesta per insegnare una profilassi a chi li sembrava volere morti; in altre parole, delle persone che chiedono costantemente di essere liberate chiedevano in quei giorni di essere divise e isolate ancora di più, per autotutelarsi. Literally, a pro-life protest. La notte, i reclusi positivi avevano portato i loro materassi nelle gabbie esterne (a Gradisca a ogni cella corrisponde un cortile-gabbia, con le sbarre su quattro lati, compreso il soffitto) per non rischiare di contagiare i propri compagni di cella. Nei giorni successivi, stando ai racconti dei reclusi riportati dall’Assemblea, alcune precauzioni sanitarie erano state prese dall’amministrazione; la sindaca Tomasinsig nel frattempo rassicurava la cittadinanza:

Come tutti ormai ben sapete, queste persone sono rinchiuse nel Cpr, e perciò non vi è pericolo di contagio per la popolazione. Tuttavia, ho chiesto alle autorità competenti più sicurezza per chi lavora in questo centro, forze dell’ordine, operatori della cooperativa e della giustizia che gravitano attorno alla struttura, affinché vengano eseguiti i tamponi a tutti.

A gennaio, un uomo georgiano di 38 anni, Vakhtang Enukidze, era morto nel Cpr di Gradisca, dopo aver subito, secondo quanto hanno raccontato i suoi compagni di reclusione, un pestaggio da parte delle forze dell’ordine. Quella vicenda, che inizialmente era stata declassata come rissa tra reclusi, aveva acceso, per qualche giorno, una luce sulla cruda vita dei Cpr italiani.

In Italia e in Europa

La situazione negli altri Cpr d’Italia è stata, soprattutto a marzo, altrettanto tesa. Oggi, nel Cpr di Ponte Galeria sono rinchiusi ventisei uomini e quattro donne (a fine marzo erano circa venti donne), secondo quanto dichiarato dal Garante regionale Stefano Anastasia in un incontro online organizzato dalla Coalizione italiana diritti civili. Dal 25 marzo a fine mese, quattro ragazze avevano fatto uno sciopero della fame e della sete, chiedendo «di uscire perché non si sent[ivano] sicure all’interno e [erano] stanche di vivere in quelle condizioni», come si racconta in un’intervista a Radio Blackout. A Palazzo San Gervasio (Pz), un Cpr dove più che altrove si verificano rivolte e fughe, la notte del dieci marzo, è stato fermato un tentativo di evasione (legalmente, di allontanamento volontario, visto che i reclusi non sono formalmente detenuti ma solo trattenuti), ma il Cpr – che doveva essere temporaneamente svuotato per lavori di ristrutturazione in seguito ai danni delle rivolte – pare ancora inesorabilmente aperto. Lunedì 9 marzo, le persone recluse nel Cpr di Brindisi-Restinco hanno portato avanti una protesta, che fa ha fatto seguito a quella del 7 febbraio: ora a gestire l’ordine nel Cpr e in tutta la provincia sono stati messi anche i fucilieri della Brigata San Marco. A febbraio, in un’intervista a Radio Radicale, un recluso aveva raccontato la preoccupazione per i rischi di contagio:

Noi siamo qui e viviamo ogni giorno con l’ansia, anche perché con le ultimi leggi ci trattengono sei mesi. Sembra una condanna, una condanna senza reato […] Noi stiamo vivendo un momento di agitazione, di paura, anche perché noi siamo nel centro, davvero come animali dentro le stalle, nessuno viene a farci controlli [sanitari], praticamente siamo a scontare una pena di sei mesi.

La situazione del Cpr di Macomer (Nu) è stata durissima già a partire dall’apertura: la situazione è monitorata dal gruppo No Cpr Macomer, il 30 aprile un ragazzo è caduto dal muro di cinta del campo rischiando la vita; una caduta simile aveva portato, nel 2013, alla morte di Abdelmajid El Khodra a Gradisca. Poco si sa del Cpr di Bari-Palese, mentre quello di Caltanissetta-Pian del Lago, che la ministra dell’interno aveva dichiarato chiuso quando ancora vi vivevano due persone, pare ora vuoto.

Secondo l’aggiornamento del 31 marzo del Garante nazionale, sebbene in molti Paesi europei le operazioni di rimpatrio forzato non siano state sospese ufficialmente dalle Autorità competenti, le attività sono ferme per la quasi totale cancellazione dei voli nazionali e internazionali e per la diffusione dello stato d’emergenza in quasi tutti i Paesi del mondo. Anche l’agenzia europea Frontex registra un drastico calo delle attività. In seguito alle rivolte interne, e coscienti di non poter garantire la sicurezza (sanitaria e non solo) dei centri, la Spagna ha chiuso tutti i Cie; Belgio, Regno Unito, Paesi Bassi hanno disposto la liberazione di parte o della totalità dei trattenuti. In Francia, l’azione legale intrapresa da una rete di associazioni che chiedeva la chiusura dei Centri per il rimpatrio non è stata accolta dal Consiglio di Stato francese. L’assemblea À bas les Cra scrive che:

Durante il confinamento, parte dei Cra [Centri di trattenimento amministrativo, ndr] è rimasta aperta e ha continuato a rinchiudere le persone che non hanno i ‘documenti giusti. Rispetto al virus, nulla è stato fatto: nessuna protezione per i prigionieri e le prigioniere, diffusione della malattia […], mancanza di cure e, a volte, semplice messa in isolamento dei malati. […] Mentre i confini dovevano essere completamente chiusi, decine di persone sono state comunque espulse, verso vari Paesi (Marocco, Algeria, Mali, Georgia…). […] Nei vari Cra, nonostante la paura di prendere il virus […], non si è mai smesso di lottare, per chiedere il rilascio immediato di tutti e la chiusura di queste prigioni per stranieri.

La macchina delle espulsioni, senza espulsioni

Come sottolineato da Stefano Anastasìa,

se i trattenimenti presso i Cpr sono giustificati dalla Normativa rimpatri e dalla normativa nazionale in funzione delle procedure finalizzate all’espulsione e all’allontanamento dal paese, quando queste procedure non possono realizzarsi quei trattenimenti diventano sostanzialmente illegittimi dal punto di vista della stessa normativa vigente.

Dentro uno stato di emergenza dichiarato fino alla fine di luglio, il trattenimento diventa una misura esclusivamente contenitiva, che – secondo Anasatasìa – è strettamente legata alla paura del contagio. Tuttavia, a me pare che le ragioni del trattenimento in emergenza sanitaria non si possano spiegare attraverso il meccanismo della paura del contagio, per due ragioni. In primo luogo, lo Stato non potrebbe ergersi, nemmeno retoricamente, a garante della salute dei cittadini contenendo il sottogruppo dei non-cittadini potenziali untori, quando in realtà sta trattenendo nei Cpr (solo) qualche centinaio di persone. In secondo luogo, le fughe e le liberazioni per decorrenza dei termini continuano ad avvenire, così come degli arrivi consistenti dalla rotta balcanica delle ultime settimane, per quanto innegabilmente in sordina. In ogni caso, la retorica del trattenimento in risposta alla paura del contagio potrebbe darsi solo se ne facesse un discorso pubblico, che – mi pare – non venga fatto; al contrario, la questione degli irregolari viene affrontata politicamente solo sul piano della regolarizzazione dello sfruttamento lavorativo.

La ragione per cui la macchina del trattenimento continua a funzionare, seppure a marce ridotte, anche se la macchina delle espulsioni è inevitabilmente ferma, è un’altra. Come diceva Salvatore Ricciardi, in uno stralcio de La conta che stato ritrasmesso dopo la sua morte da Radio Onda Rossa, la reclusione è il

criterio principale per ‘correggere’ le persone: per i manicomi, gli Opg, i manicomi criminali o le Rems, per correggere chi non la pensa come vorrebbe l’attuale società, l’attuale sistema, per modificare il pensiero e il comportamento di chi secondo loro è fuori norma; il Cie per imporre delle regole alla popolazione immigrata; il carcere, come sappiamo tutti, per correggere le persone che violano la legge.

Al di là dei vantaggi economici per chi li gestisce, al di là del dramma esistenziale di chi ci finisce, dei Cpr importa soprattutto che esistano, come struttura che perpetui tangibilmente il meccanismo della reclusione amministrativa per stranieri, cioè la separazione tra cittadini e non cittadini, e che costituisca una minaccia costante per chi rischia di finirci dentro.

I Cpr sono da vent’anni luoghi dove si esercita – se mi passate l’espressione, fuor di dibattito – lo stato d’eccezione, luoghi speciali dove si può fare quello che non è concesso sul resto del territorio nazionale: le lotte contro l’esistenza di questi luoghi non hanno mai attecchito profondamente, nemmeno nei movimenti antirazzisti, anche perché in fondo pensiamo a quelle misure di controllo e oppressione come confinate dentro quegli spazi chiusi. Inoltre, chi si è impegnato nella lotta contro l’esistenza dei Cpr ha spesso subito azioni repressive sproporzionate, come la recentissima operazione Ritrovo a Bologna, dove, tra i capi di imputazione, si trovano anche «azioni di danneggiamento, manifestazioni pubbliche e cortei non organizzati con l’obiettivo di contrastare e impedire l’apertura dei centri permanenti di rimpatrio e la legislazione del Governo sulla gestione dell’immigrazione».

Invece, le misure di controllo sociale di questa primavera ci sono state fatte accettare meccanismi di responsabilizzazione verso noi stessi e chi amiamo (di certo nessuno di noi ha agito mettendo deliberatamente in pericolo la propria salute e il distanziamento fisico ha avuto un ruolo importante nel contenimento dell’epidemia); tuttavia, è innegabile che alcune misure – soprattutto le meno comprensibili dal punto di vista sanitario, come il divieto di vedere gli amici o di manifestare, mantenendo le distanze di sicurezza – ci sono state fatte accettare, convincendoci della loro natura transitoria. In breve, come i Cpr sono luoghi speciali, lo stato di polizia della primavera 2020 ci è stato presentato come confinato in un tempo speciale, eccezionale, transitoria. Ora, a metà maggio, la fede nella natura passeggera dei provvedimenti si è estinta anche nei più osservanti.

Del resto, la lotta contro l’esistenza dei Cpr (e degli hotspot e dei grandi centri di accoglienza, dove – a causa delle restrizioni – si vive oggi quasi come in un Cpr) ci avrebbe già dovuto consegnare la consapevolezza che quello che è esibito come eccezionale non è mai avulso da quello che ci sta intorno: è un laboratorio di sperimentazione di politiche che non sono ancora accettabili ovunque e sempre. Nella necropolitica di questi giorni, le carceri e i Cpr – luoghi limite della nostra società, dove tutte le contraddizioni del nostro vivere affiorano a fior di pelle – sono stati i primi spazi dove si è manifestata una reazione politica allo stato di polizia: nelle carceri, i detenuti e le detenute hanno subito gridato contro l’interruzione dei colloqui con i familiari, cioè contro l’inasprimento del sistema repressivo e punitivo carcerario, che toglieva loro l’unico contatto umano esterno che aveva sempre concesso; nei Cpr, dove la privazione di ogni interlocuzione diretta con chi si ama è già regola, ci si ribellava contro il rischio di morte determinato dall’essere costretti in celle sovraffollate, mentre fuori si inneggiava all’isolamento sociale come arma contro la pandemia globale. Teniamone conto; e poi liberare tutti vuol dir lottare ancora.

*Michela Pusterla (dottoranda in italianistica all’Università di Trieste).

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FONTE: https://jacobinitalia.it/i-centri-per-il-rimpatrio-senza-rimpatrio/

 


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