Note dallo stato d’emergenza

Nelle ultime settimane ci si è trovati immersi in un contesto nuovo e difficile. L’emergenza sanitaria ha scoperchiato il vaso di Pandora, sono venute alla luce tutte le difficoltà, le contraddizioni e le tensioni del catastrofico sistema in cui viviamo. È complesso destreggiarsi tra la paura e la preoccupazione nostra e delle altre persone e i dispositivi di controllo messi in atto, continuando però a ritagliarsi degli spazi di lotta in un momento dove tutte le criticità già presenti dell’esistente si sono esacerbate.

Trovandosi di fronte a dei momenti di rabbia come le rivolte nelle carceri cittadine, ci si è chiesti come dare sostegno a chi – nonostante sia ristretto – è riuscito a dare un forte contributo per una netta rottura con ciò che abbiamo davanti. L’emergenza non può e non deve impedire di continuare ad attraversare tutti i contesti della metropoli per capire come sta evolvendo la situazione; perciò si è ritenuto importante sviluppare una riflessione sui temi della mobilità e del controllo, percepiti come centrali e trasversali rispetto a tutto ciò che sta accadendo intorno a noi.
Una delle questioni su cui non si può non riflettere, riguarda lo stato di eccezione, che cosa significa, che cosa comporta e quanto rischi di essere permanente. Lo stato di emergenza implica l’introduzione di nuove forme di controllo dalle quali l’esperienza ci dice che è molto difficile tornare indietro, come già accaduto dal 2001 in avanti e in Francia dopo l’attentato a Charlie Hebdo del 2015, quando non si è più usciti dallo stato di eccezione instaurato a livello globale.
La gestione di questa emergenza sta avvenendo a colpi di decreto legge e di DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), due forme eccezionali. Sono state imposte una serie di misure che già non ci sorprendono più: non sembra ormai più strano che i soldati ci fermino per chiederci dove stiamo andando. Trattandosi di un’emergenza sanitaria, la gestione attuale conduce automaticamente a un passaggio dal governo della politica al governo della scienza, con la conseguenza che chiunque non abbia competenze tecniche non possa più avanzare alcuna critica. Sfugge infatti a tutti coloro che non sono scienziati la possibilità di pensare, di decidere come affrontare le situazioni che si trovano a vivere. Questo è il messaggio che passa, il discorso egemonico.
Un’altra questione su cui è necessario focalizzarsi è il fatto che la retorica imperante si concentra solamente su una responsabilità individuale, immedesima il nemico in ognuno di noi, si scaglia contro chi si ritaglia ancora dei piccoli spazi di libertà senza nuocere a nessuno. Per capire il paradosso, basti pensare che le persone vengono mortificate per una corsetta, come se fossero loro a poter pesare sul sistema sanitario nazionale nel caso si facessero male, quando ogni anno solo 14.000 persone si fanno male correndo, mentre gli infortuni sul lavoro sono 640.000 e gli incidenti domestici sono quasi 800.000 (a proposito del restare a casa!).
Si deve considerare che questo virus si diffonde in un mondo che si muove in modo incredibilmente veloce, nel capitalismo più sfrenato, nel consumo, nella produzione che non può mai fermarsi, in una sintesi sociale molto complessa, caratterizzata dalla perdita del “mondo selvatico” (e dove la normalità sono invece gli allevamenti intensivi, la deforestazione, la velocità degli scambi), un mondo che non permette forme di sussistenza altre. Dall’inizio della civilizzazione fino al presente che viviamo oggi si è sempre più ridotta la possibilità di un “fuori” rispetto alla densità del “modello città” che oggi permea tutto il globo. Se non si può pensare questo fuori in termini di spazio, dobbiamo pensarlo come modo di vivere, di rapporto al mondo.
È necessario, per tutti coloro che si organizzano e desiderano lottare, combattere la diffusa sensazione di attesa: il rischio più grande è vivere questo momento con passività, accettare di veder azzerato ogni spazio di lotta, di opposizione allo sfruttamento e a tutto quello contro cui ci siamo battuti e ci battiamo. Per potersi destreggiare provando eludere le fitte maglie del controllo, non bisogna dimenticarsi che nonostante questa emergenza, anzi proprio a causa di essa, forme di controllo prima riservate soltanto ad alcuni, soggetti considerati “destabilizzanti” o reputati non più necessari all’ordine costituito, si stanno espandendo su tutta la popolazione.
Lo stato di pandemia è il regno del sospetto, la narrazione dominante impone come unica soluzione della crisi il controllo. Dove non arrivano le ordinanze intervengono tecnologia e delazione.
In Corea del Sud vengono tracciate le vite delle persone utilizzando dati Gps, riprese delle telecamere di sorveglianza e transazioni con carta di credito. I dati forniti dai controlli vengono poi utilizzati per creare delle “mappe del contagio” consultabili online, con apposita app.
Questo scenario dal sapore distopico non è una specificità asiatica, ma è realtà anche nostrana: in Italia vengono controllate le celle telefoniche per monitorare gli spostamenti delle persone, i pochi parchi aperti vengono sorvegliati dai droni, le strade dall’esercito. L’apparato istituzionale è però insufficiente per un controllo a 360 gradi, e viene quindi incentivata la delazione dando a tutti la possibilità di diventare poliziotti dai propri balconi di casa, diventati luoghi simbolo di questa reclusione di massa. In molte città è stato addirittura istituito un numero di telefono per informare in tempo reale la polizia di eventuali assembramenti. L’infamia è elevata a virtù, la denuncia a gesto salvifico.
Se tutto questo, per alcuni, è giustificato dalla paura, ci si chiede come la capacità dello Stato di sviluppare un sistema di controllo capillare della popolazione in poche settimane possa non suscitare la stessa inquietudine, anche in vista della crisi economica che si prospetta alla fine di quella sanitaria.
Esemplare, in questo nuovo panorama, è l’utilizzo dei droni e degli elicotteri (prima dell’epidemia impiegati per controllare dall’alto i cortei e gli stadi): in molte città rendono possibile la sorveglianza capillare delle strade deserte, uno scenario di guerra urbana.
Al contempo, ciò che ci viene chiesto è sempre e ancora un sacrificio e a pretenderlo sono proprio i responsabili del disastro. Ci troviamo a vivere in un mondo di costanti emergenze, ma ciò a cui dobbiamo prestare occhi, orecchie ed energie è ciò che emerge, la potenza delle fratture che con coraggio possiamo attraversare e allargare.

 


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