Delhi, India. Dalle proteste non violente alla caccia al musulmano

Negli stessi giorni in cui in Italia iniziava l’allerta per il primo caso di contagio da coronavirus (COVID-19), in India, una situazione tesa da più di due mesi per le proteste contro l’introduzione di un provvedimento discriminatorio per i musulmani, il Citizenship Amendment Act (CAA), è degenerata in episodi di violenza. Da domenica 23 febbraio a oggi si contano oltre quaranta vittime e più di duecento feriti negli scontri avvenuti nella zona nord-orientale di Delhi. A scatenare la violenza sarebbe stata la dichiarazione di Kapil Mishra, politico locale del partito ultra-nazionalista induista ora al governo (BJP), che ha richiesto lo sgombero dei manifestanti riuniti nei quartieri a prevalenza musulmana di Jaffrabad e Chand Bagh. Mishra ha dichiarato che se la polizia non fosse intervenuta, avrebbe messo fine lui stesso con la forza alle ennesime proteste (non violente), anche in questo caso promosse principalmente da donne.

Già nella sera del 23 febbraio gruppi di estremisti induisti hanno attaccato i luoghi in cui erano in corso le agitazioni, lanciando sassi e poi sparando sulla folla, su cui si è accanita anche la polizia con i lacrimogeni. Gli scontri più violenti sono avvenuti nei quartieri di Jaffrabad, Chand Bagh e Ashok Nagar, dove gruppi ultra-induisti, spesso con i volti mascherati, hanno incendiato una moschea, oltre a pompe di benzina, camion, macchine, officine, negozi e numerose abitazioni appartenenti a musulmani. Mentre gli ospedali della zona nord-orientale di Delhi sono in affanno e gli scontri non sembrano fermarsi, in alcune città europee sono in corso proteste di fronte a sedi di istituzioni indiane in solidarietà alle vittime degli scontri e per richiedere le dimissioni del ministro degli interni, Amit Shah, braccio destro del primo ministro Narendra Modi (BJP).

LA PARTITA DI UN GIORNO
La prima dichiarazione di Modi è arrivata solo dopo alcuni giorni dall’inizio delle violenze di Delhi, attraverso un tweet che non condannava i soprusi, ma invitava a una generica armonia: “Mi appello alle mie sorelle e ai miei fratelli a Delhi perché mantengano la pace e la fratellanza. È importante che venga mantenuta la calma e che la normalità venga reintrodotta al più presto”. Nei giorni in cui la violenza stava esplodendo a Delhi, il primo ministro era impegnato in un incontro, da molti definito “epocale”, con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, al termine del quale è stato firmato un accordo che include anche il rafforzamento della cooperazione militare tra i due stati. A Trump, inoltre, è stato concesso l’onore di inaugurare lo stadio di cricket più grande del mondo nella città-simbolo dell’ascesa di Modi, Ahmedabad, che sul suo nuovo lungofiume ormai ripulito dalle baracche ha già accolto le visite di numerosi leader mondiali.

C’è chi dice che le violenze contro i musulmani in corso a Delhi in questi giorni ricordano quello che avvenne a partire dal febbraio 2002 proprio ad Ahmedabad e in altre parti dello stato del Gujarat, nella porzione occidentale dell’India. All’epoca, Modi era appena salito al comando della sezione locale del BJP, sostituendo il governatore del Gujarat che stava perdendo consensi in vista delle elezioni del 2003. Modi arrivava dai vertici della RSS (Rashtriya Swayamsekak Sangh), l’organizzazione paramilitare ultra-nazionalista induista già responsabile di numerosi attacchi ai musulmani in varie parti dell’India. Come scrisse Girish Patel, avvocato e attivista per i diritti umani, per l’Economic and Political Weekly nel novembre 2002, “Modi aveva paragonato in modo significativo il suo governo a breve termine a ‘una partita di cricket di un giorno’, una partita di cui si sarebbe dovuto capire in poco tempo chi sarebbero stati vinti e vincitori”.

L’occasione per dare inizio al match si presentò il 27 febbraio 2002, quando vennero attaccati all’altezza della città di Godhra, in Gujarat, alcune carrozze di un treno che trasportava pellegrini induisti di ritorno dalla città sacra di Ayodhya, nell’India nord-orientale. Come reazione alla morte dei cinquantotto pellegrini, a partire dal 28 febbraio ci fu una rappresaglia in varie parti del Gujarat e soprattutto ad Ahmedabad da parte di gruppi estremisti induisti. Di quello che accadde allora gli abitanti di Ahmedabad stentano ancora a parlare, fu uno shock che cambiò per sempre il volto della città. Girish Patel fu tra i pochi a descrivere le vicende del 2002, con rabbia e dovizia di particolari: “Centinaia di musulmani innocenti vennero bruciati vivi, le donne vennero violentate, molestate e uccise, la gente venne massacrata, migliaia di case vennero saccheggiate e distrutte, molti luoghi di culto musulmani vennero rasi al suolo e convertiti in templi induisti oppure sostituiti da strade, più di duecentomila persone vennero forzate a lasciare le loro case e a vivere in campi profughi per un tempo indefinito. La polizia continuò a essere di parte, sparando in modo indiscriminato, arrestando in modo arbitrario, rifiutandosi di portare di fronte alla magistratura i criminali e chiudendo le porte della giustizia alle vittime, come se Narendra Modi fosse stato impaziente di concludere la sua ‘partita di cricket di un giorno’ in anticipo”. In tutto il Gujarat persero la vita circa milleduecento musulmani nel giro di poche settimane.

Da giurista, Girish Patel aveva notato come fossero stati sospesi alcuni principi costituzionali nel corso delle violenze del 2002 e aveva temuto che potesse avverarsi il desiderio dell’élite locale, entusiasta per lo sviluppo economico del Gujarat, che auspicava che l’India intera seguisse l’esempio di quello stato modello. In chiusura del suo articolo l’avvocato aveva scritto: “Questa è la nuova minaccia fascista del ventunesimo secolo, quella che combina governo autoritario, settarismo, fanatismo religioso, politica economica sregolata, egemonia culturale e forza bruta”. Ciò che lo spaventava di più non era la violenza dei gruppi estremisti, ma il silenzio dei molti, appartenenti alla crescente classe media induista, che non si opponevano al nuovo corso degli eventi in Gujarat e che avrebbero tratto beneficio, anche economico, dall’assenza di conflitti che seguì quei fatti.

UN EMENDAMENTO CONTROVERSO
Dal 2002 a oggi molto è cambiato. Modi è stato per più mandati alla guida del Gujarat, per passare a capo dell’intera nazione nel 2014 ed essere confermato nel suo ruolo di primo ministro la primavera scorsa. Se nel mandato precedente il governo BJP aveva insistito sulla crescita economica della nazione sul modello del Gujarat, senza risparmiare discorsi d’odio e atti di violenza contro i musulmani, il nuovo mandato si è aperto con una forte crisi economica e con il ritorno del fanatismo religioso di cui scriveva Patel nel 2002. Uno tra i principali atti promossi a pochi mesi dall’inizio del secondo mandato, nell’agosto 2019, è stata la revoca della parziale autonomia dal governo indiano dello stato conteso con il Pakistan di Jammu e Kashmir, garantita fino a quel momento dall’articolo 370 della Costituzione Indiana. L’ingerenza del governo indiano nella regione si è manifestata anche attraverso l’introduzione del coprifuoco e del blocco delle comunicazioni, osservato con preoccupazione da molti, in India e nel mondo, come una grave sospensione dei diritti umani.

Ciò che ha scatenato le proteste contro il governo BJP qualche mese dopo è stato l’emendamento a un atto introdotto nel 1955, il Citizenship Act, per disciplinare il diritto di cittadinanza a minoranze in fuga da alcuni paesi in prossimità dell’India. L’emendamento introdotto attraverso il Citizenship Amendment Act (CAA), approvato dal Parlamento indiano l’11 dicembre 2019, ha l’obiettivo di fornire la cittadinanza indiana a minoranze fuggite prima del dicembre 2014 da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan a causa di persecuzioni religiose. Come ha osservato Lyla Mehta, ricercatrice dell’Institute of Development Studies, “in modo controverso, il CAA menziona induisti, sikh, cristiani, jainisti, buddisti e parsi ma non i musulmani che rappresentano il 14% della popolazione indiana”, ossia circa duecentomila persone. Secondo la ricercatrice indiana, trasferita da anni nel Regno Unito, “il CAA è controverso perché crea distinzioni basate sulla religione tra diversi gruppi di persone e sta perseguendo una politica del ‘divide et impera’ che non si vedeva in India dai tempi della partizione del 1947”.

Secondo Lyla Mehta, “il CAA deve essere visto in congiunzione al National Register of Citizens (NRC), che il BJP sta provando ad applicare all’intera nazione. In Assam, dove il NRC è già stato implementato, migliaia di persone sono state ritenute ‘senza stato’, con l’obbligo di fornire prova della loro cittadinanza indiana di fronte a tribunali draconiani o andando a finire in campi di detenzione. Chiaramente, i poveri porteranno il peso della combinazione di CAA e NRC perché la maggioranza degli indiani poveri non ha carte d’identità, certificati di residenza, di nascita e farà anche fatica a produrre i documenti corretti. Milioni di indiani, in particolare musulmani, potrebbero essere resi apolidi”.

L’approvazione del CAA e l’intenzione di estendere la validità del NRC all’intera nazione sono state seguite da proteste partite a metà dicembre dagli stati orientali dell’Assam e del West Bengal, al confine con il Bangladesh, per poi raggiungere in fretta Delhi, dove gli studenti musulmani della storica università Jamia Millia Islamia hanno provato a marciare dal campus al centro della città. Come ritorsione, l’università è stata colpita dalla polizia che ha distrutto la biblioteca e ha lanciato lacrimogeni sugli studenti, ferendone circa quattrocento. La protesta non si è però fermata, anzi ha raggiunto molte città indiane tra cui Mumbai, Calcutta, Lucknow e Bangalore, dove gli studenti hanno guidato manifestazioni non violente. A Delhi ci sono stati cortei in molti quartieri e nelle principali università. Nel quartiere meridionale a maggioranza musulmana di Shaheen Bagh, a pochi minuti dall’università Jamia Millia Islamia, è in corso da metà dicembre un sit-in di donne, descritto così dall’artista Shuddabrata Sengupta per la rivista indiana The Caravan: “Ogni giorno, da quando c’è stata la violenza all’università, le donne di Shaheen Bagh hanno tenuto vivo il sit-in, hanno cantato canzoni, intonato slogan, cucito bandiere, ascoltato le arringhe di politici e presunti tali, gestito con calma gli allarmismi e le calunnie disgustose, preparato sciarpe fatte a maglia, pregato, digiunato, condiviso cibo, pettegolezzi, risate, lacrime e rabbia. Sono state l’onda di una crescente solidarietà che trasforma persino questo amaro inverno del nostro scontento in una gloriosa primavera di baldoria e resistenza”.

Alle donne di Shaheen Bagh, che tuttora stanno protestando contro il CAA e le violenze sugli studenti, si sono ispirate le donne di Jaffrabad che da quasi due mesi stavano facendo un sit-in pacifico, o dharna per usare un termine caro a Gandhi, su un marciapiede. Il 22 febbraio le donne hanno deciso di farsi sentire e hanno convocato per il giorno dopo una marcia fino a bloccare la stazione della metropolitana di Jaffrapur, sulla scia dei blocchi stradali di Shaheen Bagh. Nel giro di poche ore sono però state disperse da estremisti ultra-nazionalisti armati di bastoni, spranghe e pistole che hanno messo a ferro e fuoco i quartieri nord-orientali di Delhi, lasciando molti senza casa. Al momento è stata allestita una grande tenda a New Seelampur, a pochi minuti da Jaffrabad, dove le donne continuano la loro protesta, per ora in silenzio. (gloria pessina)

FONTE: https://napolimonitor.it/delhi-india-dalle-proteste-non-violente-alla-caccia-al-musulmano/


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