GENOVA: LA PERIFERIA AI TEMPI DEL VIRUS

Nei quartieri dei ricchi non canta nessuno. Trincerati negli ampi appartamenti in cui vivono per lo più da soli gli anziani genovesi non escono, spediscono badanti munite di mascherina a fare la spesa (con parsimonia, i supermercati sono pieni come al solito, mancano solo i prodotti in offerta). Le spiaggette rocciose che costeggiano e delimitano i quartieri alti, in genere frequentate da bagnanti di lungo corso per buona parte dell’anno, sono insolitamente vuote e prive di vita, fatto salvo per le seconde case di lombardi fuggiti, di colpo aperte dopo anni di quasi completa chiusura, finalmente popolate, con le finestre spalancate nel clima mite e il vociare di un accento insolito. Il clima che si respira è quello immortalato da James Ballard in Kingdom Come, solo che qui l’incubo che avrebbe dovuto risvegliare i suburbs dal loro velenoso torpore è finalmente arrivato. Il deserto sociale dei “quartieri morti”, come li ha definiti un vecchio sociologo genovese, si palesa in tutta la sua evidenza.

Diversamente nel centro storico si canta e si suona, “Good Morning Genova”, un social attivato dai Giardini Luzzati, storica struttura territoriale dell’Arci, fa circolare notizie e permette contatti tra le persone, da finestra a finestra fluisce la musica. Ma si sa in centro c’è la gauche caviar, ci sono gli intellò benestanti… Retorica reazionaria certo, in realtà è la residua mixité della città vecchia a rendere le giornate di reclusione meno pesanti e ad alimentare questi circuiti amicali “resilienti”.

Nella periferia che cresce e ormai assedia la città, inglobando anche zone un tempo abitate in gran parte da ceto medio e aristocrazia operaia, come il quartiere di Sampierdarena, pure si canta, ma poco, ed è un canto spesso stonato. Così come si vedono poche bandiere italiane esposte sui balconi nell’ora della rinazionalizzazione da virus e degli “andrà tutto bene” di maniera.

Il silenzio regna pressoché ovunque, ma è un silenzio carico di significato, parla di difficoltà enormi, di ansia, di solitudine.

La solitudine di chi è povero e marginalizzato viene amplificata dalla reclusione forzata. Gli hard discount che punteggiano la periferia hanno esaurito le scorte di wurstel e di scatolame da poco. Al supermercato di Cornigliano una scritta avvisa che i prodotti verranno presto reintegrati.

Parti di città in cui vivono pensionati con la minima, anziani senza assistenza, homeless da tempo in moltiplicazione, disabili, e che regione e comune hanno in buona parte abbandonato alle cure pietose di un non meglio definito e improvvisato volontariato “autocertificato” (“…sono già 250 i volontari…” gongola in televisione il governatore della regione). Ma non sono solo le fasce “storiche” del malessere a sperimentare enormi difficoltà, la quarantena di massa colpisce anche disoccupati, precari, colf in nero e “partite Iva” che si trovano di colpo senza lavoro. Confinati e dimenticati sopravvivono malamente, affidandosi a piccole solidarietà di vicinato, mentre vedono di giorno in giorno assottigliarsi i risparmi. Quartieri in cui in questi giorni il senso di solitudine e di desolazione diviene quasi tangibile per la mancanza di vita, si rimpiange perfino il traffico. Nel frattempo la città regala giornate bellissime di una primavera anticipata, di cui pochi possono godere. Mentre mi avvio verso la periferia sul bus che porta in Valpocevera, la zona su cui sto lavorando, ripenso ai teorici della società del rischio, che ci hanno insegnato che nei “grandi rischi”si è sempre tragicamente soli, lontani rimangono i governi, capaci tutt’al più di osservare e rassicurare.

Attraversare, senza autocertificazione (nel caso mi fermassero…”vado a fare la spesa alla Coop”, difficile spiegare che sto chiudendo una ricerca) in questi giorni le periferie genovesi è una esperienza interessante, che dice molto di quello che solitamente non si vede tanto è quotidianamente visibile, ma che assume una evidenza nuova nella città semideserta.

Prima di tutto i paesaggi. Mentre l’autobus procede attraverso i canyons urbani delle aree dismesse e degli edifici abbandonati torna la sensazione forte che avevo quando insegnavo da queste parti venti anni fa, che qui sia stata combattuta e perduta una guerra. Genova ha perduto la guerra della globalizzazione e l’ha perduta male. Processi di violenta e rapida deindustrializzazione ne hanno fatto una shrinking city ante-litteram, già a partire dalla metà degli anni Settanta. Una spirale di trasformazioni violente ha dettato con durezza i tempi e le modalità del cambiamento. Tra le rovine della città sconfitta, tra il demolito e il ricostruito, tra le memorie di un passato scomparso che fanno da sfondo muto, ecco spuntare i pezzi del nuovo ponte, con la loro aria finta, quasi posticcia. Ma non è l’unico landmark significativo. Mano a mano che il bus procede sfilano tutta una serie di progetti e sogni di città falliti, di cui rimangono sul territorio i cascami: capannoni con il tetto sfondato per non pagare l’ICI, edifici abbandonati, terrains vagues, patetici orticelli domestici, che vuoti di presenze umane risaltano in tutta la loro approssimazione e casualità, e ci parlano di un mediocre bricolage urbano sorto sull’assenza di un progetto di più ampio respiro.

Poi gli esseri umani: sul mezzo pubblico pochi anziani con borsoni della spesa stracolmi, qualche migrante dall’aria impaurita e disorientata, con l’aria di chi non sa bene dove andare, un paio di tossici a rota in cerca di roba. Per strada non si incrociano i runners dei quartieri alti, ma figure dimesse che si avviano rapidamente verso casa.

Anche io rientro appena possibile. Da oggi verranno diradate anche le corse degli autobus. Accentuando così ancora di più isolamento, mancanza di servizi, mali storici di queste zone.

Eppure gli studi sul tema lo dicono chiaramente: le zone periferiche non solo sono quelle più alto rischio sotto il profilo del contagio, date le condizioni di vita e i redditi, ma anche sotto il profilo sociale sono quelle che ne risentono maggiormente. Il diffondersi del morbo rafforza le disuguaglianze già esistenti in termini di accesso ai servizi e alle infrastrutture della mobilità. Intere zone vengono disconnesse dalle reti della comunicazione e dei trasporti, con conseguenze pesantissime. Basterebbe pensare a un quartiere come Begato, tardo frutto della edilizia pubblica, arrampicato su di una collina , servito da un solo bus, e già definito una decina di anni fa da una ricerca della Caritas: “una discarica” tanti e tali erano in problemi che vi erano stati concentrati. Qui la città è già ora lontanissima, e rischia di esserlo sempre di più, mentre i reiterati appelli che giungono dalle autorità invocando alla mobilitazione dal basso per sopperire alle difficoltà dei più deboli hanno buone probabilità di rimanere lettera morta.

La crisi inoltre mette alla prova l’arte del governo, l’articolarsi della governance locale nei suoi diversi livelli: non solo scava ed evidenzia discrepanze tra governo, regioni, amministrazioni comunali riguardo alle modalità di operare, ma crea anche ulteriori differenziazioni all’interno delle città: una cosa è provare a gestire i problemi dei negozi del centro, altra misurarsi con la situazione delle periferie. Si parla di zone già da tempo penalizzate dal crollo del ponte Morandi, a lungo rimaste completamente chiuse al traffico o relativamente impraticabili, in cui le attività sopravvissute agli sconvolgimenti degli ultimi due anni languiscono, e i residenti si impoveriscono ulteriormente. Chi aveva retto finora è sgomento di fronte a questa nuova mazzata. Cresce il risentimento verso chi amministra: i pressanti inviti solidaristici che giungono dall’alto non cancellano il ricordo del modo ineguale in cui è stato speso il denaro pubblico, degli ospedali chiusi o smembrati nel ponente, ignorando le proteste degli abitanti per i quali costituivano un riferimento, con una maniera di procedere al crocevia tra arroganza, trascuratezza e fanatismo liberista. Qui nessuno assalta il pronto soccorso, come è avvenuto più volte a Napoli, ma nel momento della difficoltà tutti rimpiangono i piccoli ospedali di zona che svolgevano un servizio importantissimo, soprattutto per gli anziani, mentre le autorità in difficoltà avviano il bizzarro progetto di ricavare una quarantina di posti letto emergenziali in un traghetto da adibire a nave-ospedale.

Nei giorni del morbo nella periferia desertificata resistono tenacemente alcune isole: storiche reti solidali, che in buona parte affondano le loro radici in un secolare associazionismo operaio, comitati per la difesa del territorio, qualche dirigente scolastico coraggioso che fa della sua scuola un punto di riferimento, sindacati di base e centri sociali. E’ poco, ma forse di qui si può ricominciare. Ma qualunque sia il “dopo”, e qualunque sia il “quando”, non sarà certo facile ripartire. La periferia genovese, con le sue peculiarità di periferia anomala, nata come “intarsio”, a partire da realtà comunali preesistenti, forzatamente rifusa e annessa alla “Grande Genova” dal fascismo nel 1926, si mostra in questo momento storico drammatico nella sua nudità, come una sommatoria di luoghi disconnessi e residuali, margine di un centro che non esiste, se non come sempre più remoto riferimento storico e geografico. Un mondo smarrito e in disgregazione, in cui regna un silenzio che più che rassegnazione è forse già minaccia.

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