LE CONTRADDIZIONI CHE AFFIORANO: AGGIORNAMENTI DA GRADISCA 08.04.2020

Ancora una volta, nel CPR di Gradisca D’Isonzo, l’intensificarsi del clima di terrore risulta essere l’unica via praticata per tenere sotto controllo la situazione all’interno: nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione delle testimonianze dell’ultimo pestaggio avvenuto all’interno del CPR, a diversi detenuti sono stati requisiti i telefoni, con l’obiettivo di poter individuare i “responsabili” della fuoriuscita delle informazioni. Si tratta di dinamiche già viste tre mesi fa, subito dopo la morte di Vakhtang Enukidze, quando i reclusi tentarono di smentire la narrazione ufficiale, che attribuiva a una “rissa tra detenuti” le cause della morte all’interno della struttura. In quel caso, a tutti i reclusi, molti dei quali avevano raccontato del pestaggio che Vakhtang aveva subito da parte delle guardie del CPR,vennero temporaneamente sottratti i cellulari, mentre la quasi totalità dei testimoni venne rimpatriata, anche verso Paesi dittatoriali come l’Egitto. Il sequestro dei cellulari, in quel caso, fu definito dalla procura come “una bonifica” con lo scopo di favorire le indagini.

In una struttura in cui gran parte dei pestaggi non possono essere attestati, poiché avvengono intenzionalmente in zone non coperte dalle telecamere, si continua a reprimere oltre che fisicamente anche psicologicamente attraverso ritorsioni come quella di togliere l’unico mezzo che le persone detenute hanno per comunicare con i propri familiari.

Nell’ultimo video che abbiamo pubblicato si vede immortalato un ragazzo accasciato per terra a seguito di un pestaggio. Attualmente sta ancora male; ci dicono essere pieno di lividi e di non aver ricevuto le cure mediche adeguate. Ci raccontano che il pestaggio in questione aveva coinvolto anche un’altra persona e che, in entrambi casi, il “motivo” sarebbe una sorta di rivolta nella quale i due avevano” bloccato i lucchetti delle porte per non farli entrare o agli operatori”. I detenuti ci raccontano che una volta entrati, i poliziotti hanno picchiato i due ragazzi in un punto cieco, privo di telecamere; hanno quindi sedato il ragazzo presente nel video e portato in ospedale,riconducendo le condizioni fisiche a un “episodio di autolesionismo”; infine, ci riferiscono che una volta riportato nel CPR, i poliziotti hanno sporto denuncia contro di lui.

La pratica del pestaggio nei punti ciechi ci è già stata raccontata molte volte. Il 19 gennaio, al presidio a seguito della morte di Vakhtang, tutte le persone presenti ricorderanno le continue chiamate che ci arrivavano dai detenuti terrorizzati, i quali ci raccontavano che venivano presi uno a uno, buttati fuori dalle celle, picchiati e rimessi dentro.

Ad oggi, né l’impossibilità di garantire condizioni sanitarie sicure né il blocco delle deportazioni nei Paesi d’origine (che annulla la funzione ufficiale dei CPR) appaiono sufficienti a far chiudere i CPR o quantomeno a bloccare gli arrivi nelle strutture: risale a soli tre giorni fa l’ultimo ingresso all’interno della struttura. Dopo esser stato sanzionato per l’illecito amministrativo della violazione delle norme anti-contagio a Udine, un ragazzo di 24 anni è stato infatti rinchiuso nel CPR di Gradisca, la stessa struttura in cui era stato certificato un caso positivo al Coronavirus.

In un’intervista a Repubblica del 4 aprile, dopo delle considerazioni generali sul rischio di contagio nel CPR e nel CARA, la sindaca di Gradisca Linda Tomasinsig (PD) dichiarava: «Ma quello che io temo, e su cui sto cercando di richiamare l’attenzione, è: cosa succede ai reclusi se, scaduta la decorrenza dei termini, vengono messi fuori». Il giorno seguente, in un’intervista apparsa sul Piccolo dichiarava : «Le persone rilasciate non avendo né mezzi, né rete familiare, si trovano a vagare nel comune o in quelli limitrofi dormendo all’addiaccio».

Questo tipo di narrazione identifica implicitamente le persone recluse con dei potenziali untori che, una volta liberati dalla loro prigione, escono a infettare la cittadinanza gradiscana. Inoltre, riduce le persone detenute ad una massa di nullatenenti, parassiti dello Stato e senza famigliari ed amici a cui rivolgersi, come invece avremmo tutti noi se liberati da un posto del genere.  Il discorso della sindaca ha connotati spudoratamente razzisti, degni di un partito di estrema destra; infatti, la Lega gradiscana dal canto suo sostiene che la liberazione dei detenuti del CPR scatenerebbe sicuramente un contagio fuori controllo nella popolazione. In realtà, le cose stanno proprio al contrario: sono le guardie e i lavoratori del CPR che, entrando nel lager, possono portare il contagio alle persone recluse, creando un problema di salute pubblica. Nel CPR, il contagio si diffonderebbe molto velocemente, date le condizioni di promiscuità in cui si è costretti a vivere là dentro anche durante questa fase di distanziamento sociale, e quindi le risorse sanitarie necessarie per far fronte alla situazione sarebbero maggiori, a meno che l’idea non sia abbandonare i reclusi malati a sé stessi. Inoltre, chiunque abbia una minima conoscenza della realtà dei reclusi nei CPR sa che la maggioranza dei detenuti sono persone che sanno la nostra lingua, che hanno lavorato in Italia per anni, che hanno in Italia famiglia e affetti e che non hanno alcun interesse a fermarsi a Gradisca d’Isonzo. Sono persone che hanno avuto la sfortuna di aver ricevuto un controllo dei documenti in un momento in cui c’era un posto libero in qualche CPR, ma che condividono con decine di migliaia di altre persone in Italia la difficoltà nell’avere un documento regolare e il conseguente ricatto del CPR. Per esempio, la settimana scorsa è stato liberato un ragazzo, detenuto da 4 mesi, che ha potuto così raggiungere la sua compagna incinta e le sue due figlie piccole.

Oltre al CPR, a Gradisca esiste il CARA limitrofo in cui la situazione è molto pericolosa: al momento vi sono confinate 180 persone, costrette in condizioni simili a quelle dei reclusi nel CPR, a causa delle misure repressive e di controllo adottate con lo stato d’emergenza. La vita dei reclusi è a rischio, anche per questo chiediamo la loro immediata liberazione.

L’unica persona che è noto si sia fermata a Gradisca dopo la liberazione dal CPR è stata portata più volte al CARA dal quale se n’è andata preferendo la strada, come ha dichiarato la stessa sindaca.

In un momento come quello attuale, l’esistenza di una struttura come il CPR si palesa in tutte le sue paradossali contraddizioni. Continueremo a sostenere la lotta dei reclusi fin quando non vedremo tutti i muri dei CPR cadere.

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