Dietro l’angolo Pt.1 – Qualche ipotesi su COVID19 e sul mondo in cui vivremo

La retorica di un crescente benessere che il capitalismo avrebbe pian piano assicurato un po’ a tutti, è ormai morta e sepolta da tempo.
L’immagine con cui le autorità hanno tentato di rappresentare il mondo riservato alla gran parte degli uomini e delle donne, è diventata più simile a una scala a pioli, cui bisogna tentar di restare aggrappati con le unghie e coi denti, per evitare di cadere giù ai tanti scossoni che le vengono dati.
Una scala cui continuano a togliere punti d’appoggio, mentre aumenta il numero di uomini e donne in cerca di un appiglio. La prepotente entrata in scena del Covid19 minaccia di renderla ancor più carica e traballante.
Tenteremo di approfondire la questione in un testo che uscirà a puntate, una a settimana, in cui se ne affronteranno di volta in volta alcuni specifici aspetti. Un testo redatto a più mani, da alcuni compagni che partecipano alla redazione di questo blog e da altri che invece non ne fanno parte. I singoli capitoletti potranno quindi avere uno stile e magari dei punti di vista diversi o contenere delle ripetizioni.
Del resto le possibilità di confrontarsi collettivamente in questi giorni sono notevolmente ridotte e discutere attraverso piattaforme online non è certo la stessa cosa che farlo vis a vis.

Tra salti e accelerazioni. A mo’ d’introduzione.

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo».

Un affermazione che ha riscosso un certo successo negli ultimi tempi, quelli pre-Covid19 tanto per intenderci, a causa della crescente attenzione sviluppatasi attorno ai cambiamenti climatici e alla devastazione ambientale e alla contemporanea debolezza delle ipotesi rivoluzionarie. Un affermazione che risulterebbe probabilmente ancor più convincente oggi, in seguito al diffondersi di un contagio di cui è difficile intravedere, per l’appunto, la fine, o perlomeno comprendere quali scenari possa evocare questa parola.

Al di là del suo carattere suggestivo, è un affermazione che però non ci convince granché, ancorata come ci sembra sia a una certa fantascienza da giorno X, in cui da un momento all’altro un fenomeno apocalittico farà la sua comparsa avviando il definitivo conto alla rovescia.

Se proprio dobbiamo pensare a una fine o comunque a una china discendente, ci sembra molto più appropriata, e cupa, l’idea di una discesa graduale e costante, con picchi e momenti topici com’è quello che stiamo vivendo, verso una sempre più diffusa impossibilità di far fronte anche solo alle basilari necessità di vita.

Le riflessioni che seguiranno tenteranno di muoversi lungo questo solco, provando a non lasciarsi schiacciare dal carattere epocale della situazione che stiamo vivendo. Cercheremo quindi di mettere in luce alcune dinamiche che non sono state certo prodotte dal diffondersi di questa epidemia o dalla sua gestione, ma sono in atto già da tempo e con ogni probabilità potranno nei prossimi tempi subire una drastica accelerazione. Proveremo poi a cogliere alcune tra le peculiarità che l’epidemia in corso sta facendo emergere e che sembrano invece suggerire scenari diversi, o che almeno possono apparire tali.

Per la complessità e contemporaneità della situazione, e per i limiti che ci sono propri, pensiamo a queste riflessioni come una sorta di bozza, con uno sguardo rivolto principalmente a questo pezzo di mondo, da precisare e magari rimettere in discussione nei prossimi tempi. Oltre che come un contributo per un dibattito a più voci, che possa aiutare a precisare i contorni del mondo in cui ci troveremo a vivere e lottare.

Nel tentare di fornire una lettura del presente, specie in alcuni periodi, può certamente essere utile guardare al passato per sottolineare i corsi e ricorsi storici. In più di un’occasione, ad esempio, è stato fatto emergere il filo che lega le recenti misure sul decoro urbano e la più generale colpevolizzazione dei poveri alle leggi contro il vagabondaggio, che nel XVII secolo portarono poi alla Grande reclusione: dover gestire masse crescenti di uomini espropriati della possibilità di aver di che vivere.

Altrettanto prezioso sarebbe però, oltre a rintracciare gli elementi di continuità, tentar di far emergere le rottura con il passato, ciò che traccia una netta discontinuità tra l’oggi e l’altroieri.

Rimanendo sull’esempio precedente, quali analogie si possono intravedere tra le condizioni economiche, sociali e ambientali di allora e quelle attuali? Di quanta forza lavoro ha attualmente bisogno il capitalismo, e di quanta ne avrà bisogno domani? Quali dimensioni è destinata a raggiungere la schiera degli inutili al mondo? La necessità di serrare le vite di tanti uomini e donne alle catene del lavoro salariato con la prigione, il marchio a fuoco e con la forca, quali corrispondenze conserva con l’oggi? E ancora, quali porzioni di territorio restano da colonizzare per dar sfogo, isolare e valorizzare, come in passato, chi è di troppo?

Le differenze che emergono, tra passato e presente, nel tentar di rispondere a queste domande sono qualitative.

Il capitalismo ha oramai raggiunto ogni angolo del pianeta, nell’organizzare la natura in base alle proprie esigenze ha devastato l’ambiente e consumato le sue risorse con un’intensità tale da rendere sempre più territori inabitabili, a partire proprio da quelli che, attraverso il colonialismo, hanno conosciuto politiche di sfruttamento più feroci. Paesi che se un tempo hanno assorbito una buona fetta dell’umanità in eccesso, mandata lì per esigenze militari, economiche o anche solo punitive, ora producono invece una parte considerevole degli inutili al mondo cui non resta che migrare, senza per di più grandi possibilità di tornare prima o poi indietro, come avveniva in passato.L’inabitabilità delle loro terre ben difficilmente, a voler essere ottimisti, risulterà reversibile.

Fattori ambientali cui si intrecciano quelli più strettamente economici. Senza volersi addentrare in un’analisi complessiva dell’attuale fase economica, sia per l’obiettivo più circoscritto di questo testo che per la nostra inadeguatezza a farlo, ci sembra di poter dire che uno dei punti su cui un po’ tutte le analisi concordino è la tendenziale riduzione del numero di lavoratori necessari su scala globale. Una tendenza che, nonostante le profonde differenze da paese a paese, è resa irreversibile dal crescente livello d’automazione che si sta diffondendo in un ampio ventaglio di attività lavorative. Un processo tecnologico da cui derivano delle conseguenze che non tarderanno a manifestarsi. Tra queste le più evidenti e prossime saranno lo smantellamento di determinati comparti produttivi e attività commerciali, e la crescente concentrazione di ricchezza e capacità produttive nelle mani di pochi.

Mezzi di sostentamento che vengono dunque a mancare per un numero sempre maggiore di esseri umani, man mano che porzioni sempre più estese del pianeta diventano letteralmente invivibili e che al contempo vengono meno le modalità attraverso cui, negli ultimi decenni, era in qualche modo organizzato il soddisfacimento di determinati bisogni. Masse crescenti di persone ammassate attorno a pezzi di città, più o meno ampi, in cui si riuscirà a mantenere un certo livello di sopravvivenza – perchè riusciranno a rimanere ancorati al lavoro salariato o ad alcune tra le molteplici forme di sostegno al reddito che verranno istituite, – quando non un notevole benessere, grazie anche a una sempre più intensa artificializzazione dello spazio fisico e della vita, di cui potranno godere, se così si può dire, sempre meno persone.

Un’esclusione che sembra profilarsi quindi come permanente e verso cui sarà ancor più difficile che in passato trovare delle alternative in qualche “fuori”, almeno per porzioni così cospicue di popolazione, vista l’intensità con cui il capitalismo si è costantemente prodigato a cancellare qualsiasi forma di autonomia.

É il carattere permanente che sembra gravare sull’attuale condizione di escluso a renderla qualitativamente differente dal passato.

Una fine, se si vuole continuare a utilizzare questo termine per descrivere questo processo, che evidentemente è già iniziata.

Si sarebbe conclusa all’incirca così questa sorta d’introduzione, se l’avessimo scritta alcune settimane fa.

Ora non si può non provare ad interrogarsi su cosa ci suggerisce l’epidemia in corso, e la gestione di essa, riguardo le dinamiche di selezione ed espulsione legate a fattori sociali e, diciamo così, ambientali abbozzate finora.

Ritorniamo per un momento alla repressione del vagabondaggio. Le strutture ospedaliere vennero allora utilizzate con funzioni prevalentemente di contenimento, per rinchiudere un buon numero di poveri e ridurre così la crescente insalubrità delle città, che minacciava non solo gli ultimi ma anche i primi gradini della scala sociale.

Che peso ha oggi avuto, assieme a valutazioni di altro tipo, la natura contagiosa di quest’emergenza, nel costringere le autorità nostrane a doversi in qualche modo occupare di un po’ tutta la popolazione, anche di quella parte cui normalmente non sono destinate così tante risorse sanitarie – visto che, almeno su grandi numeri, non sarebbe stato possibile adottare misure di isolamento efficaci, da un punto di vista epidemiologico, per tutti gli altri -?

E sarà possibile sostenere questo sforzo per molto tempo, se quest’epidemia come tutto lascia prevedere durerà, magari a fasi alterne, ancora a lungo? Un’ipotesi in forte contrasto con le politiche sanitarie recenti e che potrebbe sembrare in linea con la decisione del Parlamento europeo di ridefinire la Sanità, «non più come un servizio ma come un’infrastruttura», strategica perchè essenziale per poter continuare o ritornare a produrre.

O si possono intravedere altre strade che, attraverso misure di selezione e separazione, permetteranno alle autorità di poter decidere di non farsi carico di determinati pezzi di popolazione? Come consentono almeno in parte di intravedere, tra le altre, alcune dichiarazioni su possibili passaporti d’immunità da rilasciare a chi abbia anticorpi “validi” nel sangue.

Soluzioni che non si escludono certo a vicenda e che dipenderanno e al contempo influenzeranno anche la gestione dell’ambiente urbano: quanto smart diverranno le città, o dei pezzi di queste, e che possibilità di gestire e delimitare la mobilità ci saranno, tanto a livello tecnologico e militare, quanto economico e politico? Una questione che non nasce certo oggi – pensiamo tra i tanti all’introduzione dei daspo urbani o alla banalizzazione delle zone rosse – ma che potrebbe diventare quanto mai stringente, legata com’è alle modalità e tempistiche con cui si sta progettando la fantomatica fase 2.

Soluzioni che poi, assieme alle dinamiche finora accennate, contribuiranno a dar forma e intensità a quegli scenari di guerra civile che promettono di diventare una costante di quest’epoca e su cui varrà quindi la pena tentar di affinare dei ragionamenti.

Sarà infatti su questo sfondo di conflitti, che tracimano l’alveo dello scontro tra sfruttati e sfruttatori o tra oppressi ed oppressori che dir si voglia, che dovrà muoversi chi continua testardamente a pensare che non ci sia altra strada da percorrere, se non quella della guerra sociale.

Resterà infine da tentare di intravedere come si snoderà e di cosa sarà lastricata questa strada, dopo quella che è forse la prima esperienza in grado di sconvolgere contemporaneamente la normalità di tutti gli abitanti di questo pianeta, a partire dalla seconda guerra mondiale.

Cosa resterà di questo sconvolgimento davanti a problemi che si presenteranno sempre più assillanti e feroci? In che misura questa frattura potrà stimolare la crescita e l’intensificarsi di queste lotte, anche nella capacità di squarciare il velo d’inesorabilità dietro cui il capitalismo si ripara? E quale spazio potrebbe aprirsi per l’irragionevolezza di ipotesi rivoluzionarie?

 

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