Covid-19, evidenze. Il sentimento planetario: bene di prima necessità – riconoscerne il desiderio

15 aprile 2020, di Sara Della Giovampaola*

Da un capo all’altro del globo stiamo vivendo una momentanea interruzione delle abitudini per evitare di contrarre un virus (SarsCov2) che potrebbe esitare in una malattia (Covid 19) in grado di mettere a rischio la vita e i sistemi sanitari.

Chi una casa ce l’ha e ci può stare, e chi come in alcune zone popolose dell’India la quarantena la fa anche sugli alberi. Il senso di autoconservazione e di responsabilità verso gli Altri ci tiene sospesi in una tacita collaborazione corale che apre lo spazio ad una forzata riflessione più o meno cosciente sulle gerarchie dei bisogni.

La decisione del Governo di chiudere le attività commerciali ad eccezione di quelle per i beni di prima necessità, e i reparti aziendali non indispensabili e poi alcune fabbriche, potrebbe aprire scenari completamente nuovi alla coscienza umana sul concetto di bisogno. Scenari sistemici che, proprio per la loro macroscopicità, non vengono abitualmente percepiti. Così come l’occhio che guarda non vede se stesso e il piede sulla terra ferma non sente che essa si muove, allo stesso modo davanti al televisore o in fila nei centri commerciali o nei luoghi di lavoro dove tutto scorre in una tacita conferma reciproca, è ordinariamente difficile percepire il sistema in cui si è inseriti. L’organizzazione socio-economica che governa il funzionamento del mondo è di fatto un paradigma perlopiù invisibile per chi vive al suo interno. E ormai non vi è più alcun esterno a porre un’angolatura altra. L’uomo reso unidimensionale attraverso i moderni strumenti di persuasione pare incapace di qualsiasi gran rifiuto all’esistente. Con l’aggravante che da Marcuse ai giorni nostri l’inesorabile globalizzazione ha parificato le coscienze attraverso l’omologazione espansionistica dei mercati in maniera pervasiva. E non pare esservi alternativa immaginabile diversa o migliore alla società dei consumi.

L’evento extra-ordinario della pandemia sembra gridarci che il re è nudo. Questo accadimento storico sembra marcare, almeno momentaneamente, uno strappo attraverso cui guardare noi stessi e le nostre stereotipie.

Che cosa precisamente non possiamo più negare?

1. Una delle considerazioni, scientificamente provata, è quella relativa agli effetti che vengono definiti “secondari” della pandemia: essa ha prodotto una sostanziale riduzione delle emissioni di particolati (in Europa come in Cina). I livelli di biossido di azoto (marcatore dell’inquinamento) come mostrano i satelliti (Programma Europeo Copernicus gestito da commissione europea e agenzia spaziale europea) sono diminuiti. I livelli di inquinamento atmosferico di NO2 sono scesi in Cina rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso oltre il 36%1. Con la riduzione dal 15 al 40% della produzione nei principali settori industriali si rilevano cambiamenti immediati sulla qualità dell’aria. Se è vero, come suggeriscono l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) e dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), che le ripercussioni dell’epidemia potrebbero ridurre fino alla metà della domanda mondiale di petrolio, dobbiamo quantomeno prendere coscienza del dato. Ora è pure chiaro, come sostiene Daniel Tanuro2 che i tagli casuali alla produzione non sono certamente una risposta adeguata ad auspicabili trasformazioni ecosostenibili.

La chiusura delle fabbriche e la diminuzione della produzione scopre invece il lato mostruoso della perdita dei posti di lavoro e dell’impoverimento dei più poveri. Il dato ci pone comunque di fronte all’ovvia evidenza che se le fabbriche non immettono nell’aria prodotti di scarto e il trasporto su gomma diminuisce drasticamente, si riduce la cappa di inquinamento sotto cui viviamo. E come sappiamo questa cappa abituale di inquinamento atmosferico ha una serie di conseguenze sia dirette che indirette sulla vita dell’intero pianeta perché sbilancia l’equilibrio dell’anidride carbonica nella biosfera impedendo ai raggi solari di uscire (effetto serra). E quindi è arrivato il momento di comprendere se effettivamente usiamo per esempio un camion per trasportare hamburger surgelati, oppure se trasportiamo hamburger surgelati per continuare a usare carburante. Si tratta di rivalutare il senso delle azioni umane in ottica collettiva e contemporanea per comprendere cosa abbia senso etico, economico e globale produrre, indipendentemente dal profitto, e cosa no.

2. Un altro dato visibile relativo all’inquinamento atmosferico conseguente al sistema produttivo è un’altra correlazione topografica tra incidenza di Covid19 e presenza di percolati nell’atmosfera. L’inquinamento ambientale pare essere un veicolo del virus creando a livello polmonare un terreno fertile favorevole alla sua proliferazione3. Sarebbe preferibile non sapere che il lavoro che le fabbriche offrono, e la ricchezza del nord est, sono anche la causa della concentrazione di malattie polmonari.

3. Veniamo alle ipotesi accreditate sulle cause del Covid19. Provenienza animale. Cosa disvela l’ipotesi di spillover? (con questo termine si intende il salto di specie del virus già descritto nel 2012 dal giornalista scientifico David Quammen nel suo saggio Spillover). I luoghi elettivi in cui questo passaggio può avvenire sono gli allevamenti, lo sappiamo fin dai tempi dell’encefalopatia spongiforme bovina del 1986, nota come mucca pazza (proveniente dalle farine prodotte dall’incenerimento di ossa di altri bovini con cui gli animali venivano alimentati); nel 2003 l’aviaria (dalle galline degli allevamenti); nel 2009 la suina. La consapevolezza sul significato dello Spillover rende oggi più visibile la mostruosità generalmente accettata degli allevamenti (intensivi, estensivi, domestici), dei mercati della carne di animali, della produzione di uova, latte, lana.

4. Gli esperti concordano anche sul fatto che la genesi e la propagazione di tali malattie, sempre più pericolose, sia legata oltre che agli allevamenti intensivi, alla promiscuità tra specie derivante dai processi di urbanizzazione e deforestazione. La deforestazione sottrae l’habitat alle specie che ospitano batteri4. Secondo uno studio pubblicato su Scienze 20185 la causa principale della deforestazione è la produzione di merci, inclusi gli allevamenti intensivi, piantagioni di soia, palme da olio e legname. Ogni anno perdiamo migliaia di km quadrati di foreste primarie come indicano i dati del Gobal Forest Watch Institute. Oltre al macroscopico scandaloso folle disastro in termini di distruzione di ecosistemi e di sottrazione di ossigeno al pianeta che è insito all’abbattimento degli alberi, per accedere alle aree deforestate si costruiscono strade e insediamenti con conseguente frammentazione antropizzata dell’habitat naturale. Le specie rispondono in modi differenti a queste trasformazioni, alcune appunto si estinguono6, altre fanno fronte alla frammentazione tramite la loro capacità di spostamento e altre si adattano alle nuove condizioni. Le zanzare Anopheles, per esempio, veicolo di un parassita che provoca la Malaria, riescono a prosperare negli ambienti agricoli urbanizzati che sorgono al posto delle foreste perché ci sono gli umani che vi si insediano, prospettiva di nutrimento, e accumuli di acqua stagnante in cui deporre le uova. (Come accadde nelle province dell’agro pontino dopo la fine della seconda guerra mondiale allorché le buche delle esplosioni delle bombe si riempirono d’acqua e le zanzare ripresero possesso del territorio mietendo altri morti). Anche il virus ebola si diffonde a causa della frammentazione delle foreste.

Riguardo ai coronavirus (tra cui Sars-CoV e Sars-Cov-2) il veicolo pare essere stato il pipistrello (la Kolbert già nel 2014 dedicava un capitolo al loro destino), mammifero volante in grado di convivere con diversi tipi di virus che solo in piccolissima percentuale possono essere trasmessi all’uomo, a meno che non vengano alterati gli equilibri che garantiscono che la circolazione del virus rimanga circoscritta ai loro ospiti naturali.

Se dunque gli esseri umani non sono pervenuti attraverso un salto di livello di coscienza alla comprensione che le specie non umane non sono state create a bella posta per essere mangiate né sfruttate ma sono coabitanti di questo pianeta con pari dignità rispetto agli umani, allora forse questa è l’occasione per comprenderlo. Il consumo di carne e lo sfruttamento animale, pratiche che stanno alla base del presunto distacco dal resto della natura, e alla fondazione delle attuali società (ad un altro momento l’approfondimento su considerazioni psicoanalitiche e antropologiche sulla nascita della civiltà), si mostrano oggi come una delle cause principali del disequilibrio entropico. Era già chiara la relazione fra deforestazione, consumo di acqua e allevamenti intensivi: il coronavirus ce lo sbatte in faccia!

5. Altra causa riconosciuta tra le probabili del coronavirus riguarda il controllo degli armamenti. Se la rivista più accreditata al mondo per il controllo degli armamenti (il Bullettin of Atomic Scientists) riporta che gli esperti di biosicurezza concordano che l’attuale virus non sia frutto di manipolazione di laboratorio per creare una bio-arma, è anche vero che alcuni di loro ritengono che ci sia motivo di pensare che la pandemia Covid sia stata causata da fuoriuscita accidentale dai due centri di Wuhan dove si fanno esperimenti sui patogeni più pericolosi al mondo con un livello di sicurezza ritenuto dai tecnici “moderato”7. La giornalista scientifica cita accreditati lavori che ricostruiscono come pipistrelli non originari di Wuhan – volpi volanti – siano stati importati nei centri di ricerca proprio per studiare i coronavirus! È incredibile quanto sia sensibile il volano dei cambiamenti del pianeta!

6. Oltre a queste considerazioni scientificamente riconosciute ne riporto anche una considerata “complottista” e esclusa dalla diffusione ufficiale. Si riferisce all’idea che vi sia un legame di coincidenza tra epicentro del coronavirus e istallazione 5G (termine col quale si indicano le tecnologie di quinta generazione successive agli attuali di quarta generazione con prestazioni e velocità superiori). Se la Svizzera così come Bruxelles si rifiutano di aderire ai progetti di installazioni pilota delle antenne del 5G, molti comuni italiani e del resto del mondo stanno invece procedendo in questa direzione. E Wuhan pare essere proprio la prima “città intelligente” 5G della Cina e la posizione della prima autostrada cinese 5G in cui le radiazioni 5G vengono utilizzate per testare i veicoli a guida autonoma. La relazione se non altro meriterebbe di essere approfondita in maniera laica secondo i principi galileiani su cui si basa la nostra cultura.

L’impossibile percezione sistemica

Tutte queste considerazioni sono aspetti differenti di una matrice comune che è il sistema di produzione, che in questo momento ha un piccolo arresto. Bisogna far presto a guardare in faccia questo inferno. Perché fra un attimo si richiuderà e la bestia capitalistica come un uroboro ripartorirà se stessa più forte di prima. E questa pausa sarà stata solo un inevitabile sospiro funzionale ai mercati globali. Così come lo sono state le altre guerre.

Questa pandemia impone alla coscienza una comprensione sistemica che fino ad oggi era mascherata. Forse le contemporanee mobilitazioni di massa contro il cambiamento climatico (Friday for future ecc.) hanno inaugurato un processo di ampliamento della coscienza almeno nei più giovani che hanno compreso che il surriscaldamento globale è l’eredità che il boom economico ha lasciato loro. Eppure malgrado l’aumento della temperatura mieta già molte più vittime del Cov-19 il fenomeno pare per lo più sottovalutato e rimandabile rispetto al rischio tangibile di contrarre un virus. Il caso del premier inglese Boris Johnson è emblematico in tal senso. Le sue dichiarazioni anche sul virus erano state molto ottimistiche se non negazioniste, e solo dopo averlo contratto lui stesso ha modificato la sua posizione e cominciato a “credere” nella sua pericolosità. La pandemia imponendo radicali cambiamenti nel comportamento quotidiano e rendendo percepibile concretamente ora il rischio di morte (le bare che attraversano la città di Bergamo ecc.) è dunque un deterrente più potente delle immagini dei ghiacciai che si sciolgono o della presunta “minaccia” dei migranti climatici. Nel primo caso si ha la percezione di poter incidere direttamente sul rischio – rimanendo a casa. Nel caso dei ghiacciai che si sciolgono la percezione di poter influire non viene presentata come diretta.

Eppure sia il Cov-19 che il surriscaldamento sono legati tra di loro ed hanno una comune matrice nel sistema di produzione. Ma la coscienza sistemica del problema sembra più difficile da percepire. L’olocausto ecologico va in secondo piano rispetto ai bisogni percepiti individualmente, come se potessimo evitare di pensarci o come se anche pensandoci non potessimo farci niente. Perché in effetti la risposta non può essere individuale! Il singolo individuo può essere al massimo un compratore che cambia marca dei surgelati, non comprerà più latte di mucca se comprende il senso della barbarie dello sfruttamento animale, ma l’uroboro del mercato si rigenererà producendo altre forme di sfruttamento e fornirà al compratore felice un buon latte di soia (Monsanto docet), solo un po’ più caro. La risposta alla trasformazione deve dunque tener conto dei bisogni umani individuali in un’ottica collettiva, ma non può che essere pensata su un piano collettivo politico. È forse possibile in questo esatto momento cogliere con un unico colpo d’occhio una visione d’insieme? Dall’interdipendenza umana (si ammaleranno dello stesso virus anche i nostri fratelli nei campi profughi, nella striscia di Gaza, nelle carceri), all’interdipendenza tra umani e selvatici, tra foresta e urbanizzazione. Una visione d’insieme che può forse ridefinire la gerarchia dei bisogni.

I bisogni tra economia e psico-biologia

La sfera del bisogno, si sa, intreccia il comportamento economico dell’individuo. I beni dovrebbero essere utili in quanto soddisfano i bisogni e nel XIX secolo era ancora possibile che un economista o un filosofo comprendesse che l’organizzazione capitalistica utilizza gli istinti pulsionali per aumentare il profitto. Oggi è talmente ovvio che non lo si può più rilevare! Se la merce è quella cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di qualsiasi tipo, il fine della produzione non è però la soddisfazione dei bisogni, ma la valorizzazione del capitale. La soddisfazione dei bisogni anziché essere lo scopo della produzione diventa il mezzo mediante quel capovolgimento di estraniazione capitalistica dei bisogni che è il capolavoro socio-economico basato sulla strumentalizzazione di aspetti pulsionali dell’animale-uomo.

L’informatizzazione del globo ha permesso una moderna gestione del comportamento economico sfruttando la conoscenza dei bisogni “sommersi”. Il patrimonio di quella immensa banca dati che sono Facebook e altri social di ultima generazione è il “nuovo petrolio” del mercato. Le informazioni provenienti dai social infatti sono patrimonio di statistica psicometrica per l’analisi del fabbisogno cosiddetto implicito dei potenziali compratori. È accedendo a questi dati che si può scoprire di quale nuovo prodotto un certo target di popolazione potrebbe diventare compratore, a quali bisogni il marketing può fare appello per offrire qualcosa che seppure nella sua più totale inutilità può diventare desiderabile e persino indispensabile. È accedendo a questi dati che si comprendono i gusti latenti nella popolazione, gli appetiti insoddisfatti delle casalinghe, i sogni dei giovani maschi adulti, o dei bambini o degli anziani e attraverso quali surrogati essi possano essere compensati o commutati.

È interessante a questo punto ripartire da definizioni operative multidisciplinari del concetto di bisogno che ci permettano di comprendere il fenomeno nella sua poliedricità. E comprendere come il concetto economico di bisogno non è disgiunto da quello psicologico e biologico. Siamo cioè tutti cani salivatori come in un grande esperimento di condizionamento a stimoli subliminali.

Il bisogno sul piano fisiologico è un’alterazione omeostatica da carenza o da eccesso di stimolazione, un aumento di eccitazione con attivazione di risposte di carattere pulsionale. I comportamenti che ne conseguono sono geneticamente programmati. La loro modulazione risiede in aree profonde del Sistema Nervoso Centrale, prevalentemente ipotalamico e sistema limbico. Stiamo parlando di comportamenti istintivi legati al bisogno di mangiare (comportamento oro-alimentare), ai sistemi di termoregolazione, al comportamento aggressivo o di fuga, al comportamento sessuale. Ed è a queste basi neurologiche che il mercato si rivolge per immettere merce! Il desiderio – fase appetitiva prodromica della percezione del bisogno che tende alla sua realizzazione consumatoria – viene facilmente attivato (vedi tecniche di Programmazione Neurolinguistica per fare un esempio) da un prodotto del mercato che ha un certo colore e una certa forma. Ma l’appagamento non può che essere fittizio perché il desiderio di base che ha acceso riguarda ben altro che non la marca di un Iphone.

In Comparoni, Le basi biologiche del desiderio e Ciccarella, Capitale, programmazione di massa, desiderio8 gli autori si chiedono: se con l’atto della nascita e lo strappo dall’interezza simbiotica, l’essere umano è destinato al desiderio dell’Altro e alla ricerca di strutturazione narcisistica del proprio Io, come può un oggetto colmare tale appetito? La capacità di acquisto pare offrirsi come azione che sazia un desiderio colmando momentaneamente un vuoto d’identità. Il sistema capitalistico produrrebbe cioè identità oltre che merci, appagamenti identitari, facendosi autore di senso e colmando una implicita fame di domande esistenziali con palliativi che danno dipendenza perché esauriscono velocemente la loro promessa come la moneta nella slot machine. Il desiderio è potenzialmente addomesticabile dal migliore offerente, per cui non c’è bisogno che il mercato non abbia cavalcato. A questo punto la domanda è: esistono bisogni non ancora esplorati, perché appartenenti ad una sfera evolutiva che probabilmente non abbiamo ancora raggiunto?

Per portare un esempio eclatante ricordiamo che la psicologia fino agli anni ‘60 del secolo scorso riteneva che i bisogni primari – fame, sete, dolore – venissero soddisfatti dal legame con la madre e da ciò attraverso un meccanismo di apprendimento derivavano amore e affetto. Poi arriva Harry Harlow che col suo famoso esperimento sulle scimmie (ahimè) dimostra che esiste un bisogno primario ancora più forte persino rispetto agli altri, più forte del bisogno di mangiare: il bisogno di contatto e attaccamento! Le sue ricerche cambiarono il volto della psicologia ed ebbero ripercussioni anche sul piano dell’economia. Harlow dimostrò come il bambino si leghi alla madre non per il soddisfacimento dei bisogni primari ma per riceverne protezione mediante il contatto cinestesico e questo – aggiunse Harlow alla fine del suo libro (La natura dell’amore, 1958) – scardinava la verità assoluta che solo le donne dovessero occuparsi dei figli dato che anche gli uomini hanno le stesse caratteristiche necessarie a creare il legame di cui ha bisogno il bambino. Alla luce di questo esempio è interessante puntare alla scoperta di bisogni umani di più ampio respiro. Bisogni umani che non possono essere esplorati dal mercato perché il loro appagamento non sarebbe conveniente.

Ci potremmo chiedere cioè se è ancora possibile distinguere fra bisogni naturali e bisogni indotti, fra desideri che nascono dalla violazione della nostra privacy e desideri che sono frutto di un ascolto integrato dei tanti livelli della complessa funzione che è il nostro Io. E se, come sembrano dimostrare le nuove generazioni, esista un bisogno di sguardo ampio che abbracci il pianeta intero legato all’emozione e consapevolezza di essere “planetari”. Se esistesse nell’umano un bisogno di socializzazione equa delle risorse e di mutuo soccorso?

Sarà possibile usare le consapevolezze da nuovo millennio come guida per la riconversione del lavoro? La sussistenza di milioni di lavoratori (dell’industria bellica, della produzione di merci superflue o nociva all’ambiente, degli allevamenti in tutte le forme, ecc.) potrà essere garantita convertendo il lavoro secondo una pianificazione concertata che rinunci alla centralità del profitto di pochi individui e produca benessere per la collettività?

Sarà pensabile una produzione globale che tenga conto dei bisogni di tutti i viventi del pianeta in una redistribuzione equa delle risorse?

Che ne sarà dei giovani, quelli delle grandi mobilitazioni per il pianeta, quando potranno alzarsi nuovamente dal divano?

Quali nuove consapevolezze non saremo disposti a perdere dopo il Coronavirus?

C’è da sperare che tutto non torni come prima.

*Collettivo Ecosocialista di Roma

1.Come scrive il fisico Bruno Buonomo su Planet2084Effetti del Coronavirus sulle emissioni climalteranti in Cina, 17/3/2020

2. D. Tanuro, L’avvertimento del virusRed on Green, 26/3/2020

3. B. Buonomo, Covid-19 e inquinamento atmosferico: riflessioni ecosocialisteRed on Green 2/4/2020

4. M. Tozzi, La Stampa, 16/03/20 Devastando le foreste nascono le pandemie: gli animali con i virus invadono le città

5. AA.VV., Classifying drivers of global forest lossScience, 14/09/2018. Vedi anche: L. Scillitani, Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…Scienza in rete, 18/03/2020

6. Segnalo da leggere: E. Kolbert, La sesta estinzione, Neri Pozza, 2014

7. L. Margottini, Gli esperti: “Il virus non è arma biologica”. Ma non escludono la fuga dal laboratorioIl Fatto Quotidiano, 27/3/2020

8. In AAVV, Atti del primo Seminario Nazionale dei Collettivi Ecosocialisti di Sinistra Anticapitalista, Marina di Ardea, 21-22 ottobre 2017

 

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FONTE: https://bresciaanticapitalista.com/2020/04/15/covid-19-evidenze-il-sentimento-planetario-bene-di-prima-necessita-riconoscerne-il-desiderio/


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