Green New Deal e post Covid-19

23 giugno 2020

Cos’è il Green New Deal se non il cambio di pelle del caro buon vecchio capitalismo? Chi crede sia la decisiva svolta verde del mondo od una presa di coscienza a livello globale sulla necessità di un cambiamento del paradigma produttivo è in errore o, peggio, in malafede. La capacità del capitale di avvinghiarsi ad ogni possibilità per replicare sé stesso, quindi sussumere ogni istanza anche a lui opposta e normalizzarla nel suo processo, rimane immutata anche davanti ad istanze green. Con buona pace degli adepti della signorina Thunberg.

Con questo non si vuole minimizzare affatto la genuinità con la quale migliaia di scuole e decine di università sono state animate da propositi ambientalisti: vedere adolescenti impegnati nel difendere il loro futuro è sempre qualcosa di estremamente positivo, quel che duole constatare è che questa mobilitazione globale è stata poi utilizzata come grimaldello per proporre una bella cura ricostituente per la produttività ed i mercati europei.

Consolandosi con il rodato atteggiamento della scelta del meno peggio, qualcuno potrebbe erroneamente credere che almeno salvaguardando il mondo resta una speranza per l’umanità, il tutto però scompare appena uno prova ad andare oltre i proclami e si prende la briga di leggere le azioni programmatiche per il Green New Deal.

Gli indirizzi ruotano su parole d’ordine di per sé molto suggestive, salvo poi poggiare sostanzialmente su pratiche di sostegno a produzioni che poco hanno di green, tipo il sostegno alla decarbonizzazione che finanzia i combustibili verdi: si prevede infatti che entro il 2025 saranno necessarie circa un milione di stazioni pubbliche di ricarica e rifornimento per i tredici milioni di veicoli a basse o zero emissioni che si prevede circoleranno sulle strade europee. Oltre al paradosso del trasporto individuale, ossia meccanismi che pesano alcuni quintali utilizzati per muovere alcune decine di kg, c’è da considerare che i carburanti green sono sostenibili solo per chi li produce e li vende, sicuramente non per il pianeta o per la forza lavoro impegnata nella produzione. Difatti l’entrata sul mercato dei combustibili “ecologici” oltre alla deforestazione progressiva, con tutto il portato distruttivo per la biodiversità e la sterilizzazione delle terre (il roundup della Monsanto per la soia transgenica tra tutti),[1] hanno implicato cambi sostanziali alla produzione agricola tradizionale di interi paesi, sottraendo spazio ad alcune colture essenziali per in nutrimento di intere popolazioni, come nel caso della crisi del mais in Messico del 2007. [2]

Di suggestione in suggestione si giunge a quelle “key actions” rivolte all’innovazione tecnologica ed a tutto ciò che concerne le ICT (Innovation and Communication Technologies), al loro portato “smart” ed alle ormai vetuste quanto infauste visioni delle “eco-smart cities”, nome altisonante per camuffare speculazioni finanziarie basate su investimenti immobiliari per quartieri di lusso o comunque inarrivabili ai più. Le ICT giungono a rinvigorire l’interesse per lo smart working, per la gestione intelligente degli elettrodomestici, la domotica, l’accessibilità totale per le persone con difficoltà motoria, tutto molto accattivante, ma non per tutti.

Altra key action di grande valore strategico è quella denominata “costruire e ristrutturare”[3] dedicata all’adeguamento energetico con un occhio alle nuove tecnologie del fotovoltaico diffuso, ecc. tutto rientrante nel provvedimento noto come 110%, un sistema di finanziamento di lavori di adeguamento energetico strutturale nel quale lo stato attraverso le banche finanzia il 110% dei lavori direttamente all’impresa, a patto che siano lavori nei quali l’adeguamento energetico e l’installazione di tecnologie innovative prevalga sugli adeguamenti strutturali.

Andando però un po’ più in profondità si trova qualche chiaro indirizzo che fa intravedere che il green deal è teso a salvaguardare prima alcuni interessi specifici e poi in caso quelli generali, se non ancor peggio far derivare gli interessi generali dalla salvaguardia di quelli particolari (ogni riferimento al trickle-down è puramente voluto). Difatti all’interno delle azioni desinate al comparto edilizio i punti programmatici sono chiari e lasciano poco spazio al fraintendimento: “(i) Sviluppare possibilità di finanziamento innovative, (ii) Promuovere gli investimenti nell’efficienza energetica degli edifici, (iii) Unire gli sforzi di ristrutturazione in grandi blocchi per beneficiare di economie di scala. (iv) Si presterà particolare attenzione alla ristrutturazione degli alloggi sociali per aiutare le famiglie che “faticano a pagare le bollette energetiche”. Quindi parliamo di social housing, non di alloggi popolari: la differenza non è di poco conto in quanto questo risponde a una implementazione della gestione privata del servizio con remunerazione diretta da parte degli inquilini e con una contribuzione da parte degli enti pubblici – quindi un sicuro guadagno che non ha eguali nella gestione degli alloggi popolari.

Non si tiene quindi minimamente conto di chi negli anni ha perso la possibilità di poter vivere in un appartamento, di tutti quelli che continuano a perdere la casa e di tutti quelli che l perderanno nel contraccolpo economico che si sta palesando a causa delle implicazioni produttive della pandemia da Covid-19.

Anche un non addetto ai lavori capirebbe che si facilitano le grandi operazioni immobiliari, le trasformazioni urbane e la finanziarizzazione delle grandi opere. Questi aspetti vanno ad unirsi ad un altro dato abbastanza preoccupante, cui abbiamo accennato su queste pagine,[4] ossia la propensione alla svendita del territorio per rimpinguare le casse degli enti pubblici sempre più vuote. Il patto di stabilità pare essere rimasto operativo in suolo italico, anche dopo che l’Europa lo ha congelato da due mesi: questo la dice lunga sulle strategie economiche che interesseranno i nostri territori nel prossimo futuro. Tenere i comuni sotto scacco con il patto di stabilità implica che per fare cassa si deve svendere agibilità territoriale e, con un Green New Deal in buona parte incentrato sulla trasformazione territoriale, appare chiaro anche ad una persona poco avvezza alle transazioni che se uno ha bisogno di soldi non ha sicuramente il coltello dalla parte del manico, quindi gli eventuali accordi sull’uso del suolo avverranno con tutta probabilità a sfavore dell’ente.

Tutto questo processo viene ad innestarsi in un momento molto delicato, una congiuntura che vede accelerare la crisi economica in conseguenza del blocco della produzione a seguito ella pandemia, che a sua volta interveniva in una situazione già critica data la sostanziale stagnazione economica.[4]

Mettendo in fila questi frammenti il mosaico che si compone, casualmente o meno, ammette una serie di operazioni che riportano alla memoria i fasti del cosiddetto urban renewal degli anni ’50 e ’60, tempi in cui non ci si nascondeva dietro a significati altisonanti come “rigenerazione urbana” o “ricomposizione socio-spaziale” e fanfalucche infiocchettate del genere. Erano i tempi in cui personaggi come Robert “Bob” Moses avevano il potere di decidere dove, come e con l’aiuto di chi andassero spesi gli ingenti fondi che il Governo Federale americano metteva a disposizione per riadattare il territorio urbano di New York alle rinnovate esigenze produttive: fu una stagione di grandi conflitti sociali a livello urbano con esodi continui di persone dal centro città alle periferie a causa dell’abbattimento di edifici vetusti ma anche a causa dell’innalzamento dei prezzi degli affitti, prima conseguenza dell’esplosione del valore dei terreni. Sembrerebbero essere tornati a quei tempi, in cui le trasformazioni urbane avanzavano tra sgomberi, bulldozer e cordoni di polizia in assetto antisommossa.

Con la scusa di incentivare il know-how locale si sono intrapresi negli anni una serie di iniziative – dagli esiti incerti sul piano dell’interazione socio-economica ma dai certi risvolti economico finanziari – come i borghetti rivitalizzati che ospitano “piccoli grandi eventi”, le strade di quartiere trasformate in “main street”, con il solito portato di trapianto di attività storiche con franchising del cibo, fast o slow che sia, che comportano un uso differente del contesto, attirando la movida e scacciando i residenti storici. Processi già presenti e operanti in molti centri storici, nei quali si concentrano i disastrosi effetti del rinnovamento urbano, utilizzato principalmente come moltiplicatore degli investimenti, che ha come esito quello della gentrificazione, fenomeno spesso non compreso fino in fondo e parola sovente usata assolutamente a sproposito da certa intellighenzia di movimento, dedita a spararle un tanto al chilo.

Il fenomeno della gentrificazione ha un esito scontato che è quello dello spingere determinate categorie sociali fuori da un’area a causa dell’innalzamento generalizzato dei prezzi e del costo della vita, a partire dai costi per l’abitare.[5][6] Questo fenomeno si manifesta allorquando si innestano nuove istanze di estrazione di reddito dal territorio senza tener conto delle preesistenze e senza dare modo a chi già vive quegli spazi di inserirsi in questo processo ed evolvere con esso. Si creano due velocità – una in costante accelerazione e l’altra sostanzialmente immutata – ma chi decide l’andamento dei prezzi è la componente più performante. Morale della favola, la mancata integrazione delle attività e l’assenza del controllo sui prezzi rendono invivibile la zona a colo i quali non hanno l’opportunità di adeguarsi alle mutate condizioni economiche.

Ora proviamo a sintetizzare tutte queste istanze che concorrono a ridefinire gli scenari territoriali in generale, e quelli urbani in particolare, tenendo ben presente cosa ci aspetta fra qualche mese, ossia una situazione nella quale molte piccole attività dovranno chiudere, lasciando locali vacanti partecipando alla flessione del valore immobiliare già in atto.[7]

Ciò che potrebbe accadere è che questi strumenti di immissione di liquidità nel sistema produttivo attraverso l’attivazione di programmi di “riqualificazione” giungano ad accelerare dei processi già in atto e riequilibrare al rialzo il valore immobiliare in alcune aree, lasciandone altre alla libera fluttuazione al ribasso. Questo comporterebbe una ricollocazione geografica della forza lavoro che, nel frattempo, ha sempre meno necessità di spostarsi per via dello smart working o che non trova collocazione per via della robotizzazione del lavoro manifatturiero.[8] Si deciderà dove investire in funzione dell’appetibilità dei mercati e gli enti pubblici avranno poco da scegliere dal momento che da un lato dovranno sopperire alle necessità dettate dalla crisi e dall’altra non potranno spendere per obbedire al patto di stabilità. L’unica risorsa resterà quella di fare cassa vendendo i gioielli di famiglia, i pezzi di territorio a più alto valore o con il potenziale maggiore che verranno ceduti per pochi spiccioli, dove le ricadute negative in chiave di allontanamento sociale ricadranno sullo stesso ente; praticamente un gioco a perdere.

Nel frattempo gli unici investimenti sul versante degli alloggi vengono captati dal social housing, sia come costruzione ex-novo sia come riconversione del patrimonio esistente, il che implica una contrazione degli alloggi popolari per le famiglie a reddito zero o comunque al di sotto della soglia di povertà, cosa che apre alcune prospettive assai inquietanti circa il prossimo futuro per quanto riguarda il disaggio sociale ma soprattutto su chi sarà pronto a cavalcarlo senza scrupoli; mala tempora currunt!

J.R.

FONTI

“Comunicazione della commissione al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni, il Green Deal europeo”

https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:b828d165-1c22-11ea-8c1f 01aa75ed71a1.0006.02/DOC_1&format=PDF

“Green Deal Europeo” (e documenti correlati)

https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it#novit%C3%A0

NOTE

  1. Roundup Monsanto: altri 5 motivi per mettere al bando il glifosato https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/roundup-monsanto-glifosfato/

  2. A. Zolli e A.M. Healy “Resilienza, la scienza di adattarsi ai cambiamenti”, Rizzoli, roma 2014, pp 9-12

  3. JR, Cementificazione, vuoti edilizi e Covid-19. https://www.umanitanova.org/?p=12238

  4. JR, “Chi pacherà lo scotto?” https://www.umanitanova.org/?p=12154

  5. Perrone, C. (2007). Gentrificazione, governance e conflitto nelle città multiculturali. Gentrificazione, governance e conflitto nelle città multiculturali, 1000-1003.

  6. Miró, S. V. Cos’ è la gentrificazione e perché il turismo ne ha bisogno?. https://totinclos.noblogs.org/traduccions/italiano/cose-la-gentrificazione-e-perche-il-turismo-ne-ha-bisogno/

  7. Rapporto Nomisma sull’andamento del mercato immobiliare

https://www.nomisma.it/andamento-del-mercato-immobiliare-italiano/

  1. Gennaro Montuoro, Automazione, robotica e intelligenza artificiale cambieranno per sempre il lavoro (che non c’è), in «Malanova», a. 0, giugno 2020, http://www.malanova.info/wpcontent/uploads/2020/06/MALANOVA_ZERO.pdf.

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FONTE: https://umanitanova.org/?p=12388


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